Siena, 11 agosto 2017 – I barberi che hanno scritto la storia del Palio diventano per i contradaioli eroi romantici. Di cui conservare le foto, i ritagli di giornale e soprattutto, nel cuore,  le emozioni che hanno regalato.  «Re Artù è stato uno di questi, proprio così. Anche l’altro mio cavallo che ha vinto il Palio, Urban II, lo amavo molto. Ma Artù era speciale, forse perché è stato il primo a farmi conoscere cosa rappresenta un cavallo per una Contrada, quando vince», racconta Rodrigo Bei.

 L’imprenditore umbro fra fine anni ’90 e inizio  del nuovo secolo  ha portato molti cavalli in Piazza. Alcuni hanno avuto successo, altri meno. Re Artù, sauro con l’inconfondibile lista bianca in fronte,   nel 1998 ha trionfato nel Nicchio, partendo di rincorsa montato da Il Bufera, dopo una corsa rocambolesca. In via dei Pispini lo portano sempre  nel cuore anche se il cavallino ormai non c’è più. 
«Era nato nel 1990 e si è spento nella primavera 2015, se non ricordo male.  Aveva un enfisema polmonare che purtroppo non gli ha permesso di invecchiare ancora, sebbene avesse già 25 anni. Dove si trova? Riposa nella mia proprietà di  Promano,  a due passi da Città di Castello. No, non ho messo lapidi sono i ricordi che contano», conferma Bei. Qui era arrivato dopo  la permanenza a Siena per qualche mese  – era il 2013 –, finché Bei non aveva mandato un van a  riprenderselo nell’agosto di quell’anno per riportarlo in Umbria dopo un polverone mediatico. 

«Lo comprai che aveva sei mesi di vita, in Sardegna.  A livello genealogico era di qualità  in quanto uno degli ultimi figli di Fox Trott. Un mezzosangue che aveva osato sfidare i puri quando ancora correre in Piazza a questi ultimi non era stato vietato.  Un cavallo che girava in una moneta, maneggevole. La classica bicicletta. Il primo dei suoi 9 Palii – rammenta Bei –  fu nel 1995, nella Lupa montato da Massimino, tre volte è stato nella Pantera, poi Istrice, Civetta, Bruco e Valdimontone. Un cavallo che ha lasciato un ottimo ricordo. Dovunque è andato l’hanno sempre trattato da re».