Siena, 18 aprile 2017 - Bandiera listata a lutto, atmosfera felpata. E lieve. Naturale segno di rispetto per chi ha voluto bene alla Tartuca. Ne è stato condottiero e l’ha considerata famiglia. Il «Mimmi», così era per tutti in Castelvecchio Angelo Cortecci, è stato però anche uno dei commercianti simbolo della città. Per decenni, sebbene abbia sempre rifuggito cariche e impegni istituzionali. Eredità raccolta dai figli, Carlo e Gianni (quest’ultimo attuale capitano tartuchino), anche se era stato il nonno a mettere in piedi l’attività storica. Cortecci se n’è andato ieri a 77 anni, in punta di piedi, nella sua abitazione. Dopo una lunga malattia affrontata con dignità, grazie anche alla moglie Luciana che gli è sempre stata vicino. E che non gli ha impedito di godersi quella Piazza dove la mattina si recava volentieri per parlare della Robur e della città, naturalmente del Palio.

UN PERSONAGGIO, Cortecci. Vecchio stampo, che poteva raccontare la storia del dopoguerra. Di una Siena capace di esprimere le energie migliori. «Tanti giovani, anche della mia generazione – racconta il priore Paolo Bennati – rammentano quella sua voglia di stare in Contrada, l’amore per la vita nel rione». Che oggi gli renderà omaggio, alle 16, non nell’oratorio di Castelvecchio ma, per sua volontà, nella chiesa del cimitero della Misericordia. «Non voglio disturbare», così aveva lasciato detto confermando sobrietà e basso profilo che l’avevano fatto amare. «Angelo era una grande persona, generosissimo. Non è stato molto fortunato nel Palio ma credo che abbia gettato basi importanti. Poi hanno dato i frutti», racconta Daniele Nuti, mangino di Cortecci quando dall’87 al ’90 fu capitano. «Non gli toccarono mai grandi cavalli, tuttavia la Tartuca fu consapevole di essere dentro ai giochi del Palio. E nell’89 riuscì a fare Aceto nostro fantino. De Gortes è una persona intelligente: capì di trovarsi di fronte un uomo che ce l’avrebbe messa tutta per vincere. Ricordo una cena molto divertente fatta in un famosissimo ristorante a Colle, da ‘Arnolfo’ – prosegue Nuti –, c’eravamo io, Angelo, Aceto e Bastiano. I due fantini all’epoca erano nemici ma lui riuscì a metterli allo stesso tavolo». «Il Palio lo aveva nel sangue, ereditato da babbo Ezio, storico capitano del Valdimontone. Prima mangino – scrive Giovanni Gigli sul sito della Tartuca – , poi la più alta carica paliesca. Non immaginiamo, o forse sì, quale patto con il diavolo avrebbe sottoscritto pur di vedere la Tartuca a nerbo alzato. Galleggiante (alla prima presenza), e poi Amore, Lobelia, Bambina e Fabiola, furono i cavalli avuti in sorte dall’agosto 1987 all’agosto 1990, una serie di brenne di grande livello».

UOMO di altri tempi, si diceva. «Quando scadde il mandato – conclude Nuti – si ripresentò ma venne eletto con il 72% dei voti. Preferì rinunciare per non dividere la Contrada. Una dimostrazione di grande amore».