A rompere gli indugi sull’opportunità di rivedere le rigide regole che stanno dietro a uno dei più grandi successi dell’enologia mondiale, è Franco Biondi Santi. Un 'guru' del Brunello che da quarant’anni guida la cantina cui si deve, alla fine dell’Ottocento, l’invenzione del Brunello. L’unico produttore italiano un cui vino, il 'Riserva Biondi Santi 1955', è stato inserito nei 12 vini del secolo selezionati dalla rivista americana 'Wine Spectator'
Siena, 6 settembre 2008 - Cambiare il disciplinare dei vini di Montalcino si può, ma guai a toccare quello del Brunello. A rompere gli indugi sull’opportunità di rivedere le rigide regole che stanno dietro a uno dei più grandi successi dell’enologia mondiale, è Franco Biondi Santi. Un 'guru' del Brunello che da quarant’anni guida la cantina cui si deve, alla fine dell’Ottocento, l’invenzione del Brunello. L’unico produttore italiano un cui vino, il 'Riserva Biondi Santi 1955', è stato inserito nei 12 vini del secolo selezionati dalla rivista americana 'Wine Spectator'.
Biondi Santi ha parlato al sito internet winenews.it intervenendo in modo deciso nel dibatitto sul disciplinare. E la sua è senza dubbio una voce difficile da non prendere in considerazione. "Per il Sangiovese non tutte le aree di Montalcino sono vocate - spiega Biondi Santi al sito internet - e il Brunello deve essere rispettato. Purtroppo negli anni, però, sulla scia del suo successo, ci sono state sia speculazioni che errori anche in buona fede. Negli anni ’60 c’erano una sessantina di ettari di Brunello, oggi sono 2000.
Ora, piuttosto che parlare di modifica al disciplinare del Brunello Docg, che deve rimanere quello che è, cioè sangiovese in purezza - ribadisce Biondi Santi - sarebbe da ripensare quello del Rosso di Montalcino Doc: non più un Sangiovese in purezza, ma un mix con altri vitigni coltivati a Montalcino, possibilmente pochi, in percentuali da studiare e da stabilire con chiarezza, che esprimerebbe comunque la tipicità del territorio, valorizzando anche quelle aziende i cui terreni non sono particolarmente vocati per il Sangiovese, ma che comunque possono incontrare il gusto di una parte del mercato globale. Questa deve essere una possibilità da sfruttare, non una situazione da subire. Il Rosso di Montalcino va visto non più come un ‘fratello minore’ ma come un ‘gemello diverso’ del Brunello".
Un’idea che potrebbe far breccia in una buona fetta dei produttori e che aiuterebbe l’intero comparto a risollevarsi dopo la bufera dell’inchiesta giudiziaria. "Il mio suggerimento - conclude Biondi Santi - non è dunque di modificare il disciplinare del Brunello o addirittura di fare due Brunelli, uno tradizionale con il solo Sangiovese, e uno più moderno anche con altri vitigni, perché così se ne perderebbe l’identità, che nasce dall’incontro tra un particolare clone di Sangiovese, il Brunello appunto, e il territorio di Montalcino. Bisogna invece trovare un nuovo ruolo al Rosso di Montalcino".
Francesco Meucci
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