L'acqua ha raggiunto i due metri, i volontari hanno operato per giorni
Sarzana, 14 febbraio 2012 - I PETTIROSSI becchettano spaesati tra i tronchi divelti e le canne appiattite dall’acqua. L’oasi Lipu di Arcola è un cantiere a cielo aperto. Scendiamo al fiume lungo il percorso in terra battuta che porta dritto a quel che resta della baracca del centro visite. Lì, a pochi metri di distanza da una catasta di sfalci e legname c’è un’auto della Forestale. Da una decina di giorni sono partiti i lavori per la ripulitura e il ripristino degli argini del Magra. Lavori appaltati dalla Provincia in regime di somma urgenza dopo l’alluvione del 25 ottobre e finalizzati, questo recita la determina emanata dal palazzo di via Veneto, per il «ripristino della funzionalità idraulica» e per la «salvaguardia dell’incolumità pubblica e privata». L’intervento è in fase avanzata.
In giro non c’è più traccia dei detriti trasportati a valle dalla corrente. Non ci sono più rifiuti in plastica, né fusti, né rottami di lavatrici. L’unico rumore di sottofondo è quello dei cingoli di un caterpillar che si muove a zig zag dove fino a tre mesi fa c’era un fitto sottobosco di felci ed essenze arboree. E sì che un cacciatore a spasso col suo segugio ci avverte: «Mica era il paradiso questo, prima che arrivasse la fiumana. C’erano angoli nei quali era impossibile inoltrarsi senza sprofondare nella vegetazione». Sarà, ma quello che resta dopo il passaggio dei mezzi cingolati certamente non ha più l’aspetto di un’oasi.
Tra i tronchi sparuti ci sono soltanto ammassi di legname, e qua e là si incontra un ceppo malamente disegnato. Un gruppo di operai della cooperativa «Terra uomini e ambiente» di Castelnuovo della Garfagnana mette le mani in avanti: «E’ il nostro primo giorno di lavoro e a noi è stato detto di rimuovere i tronchi tagliati e di rimodellare, ove possibile, l’ambiente preesistente. Lasceremo a terra i residui di legname più fini. E’ l’humus ideale per la crescita di nuova vegetazione».
CE NE ANDIAMO perplessi e con la sensazione di aver perso qualcosa. La domanda è insistente e la risposta non è scontata: è stato fatto tutto quello che si poteva affinché i lavori di ripristino dell’argine venissero eseguiti nel rispetto dei paletti che regolano gli interventi di somma urgenza? Si è tenuto conto della particolarità di un habitat che ospita specie arboree e faunistiche tutelate da un sito di interesse comunitario? Gli agenti della Forestale ieri mattina erano lì per appurarlo e hanno scattato fotografie e acquisito informazioni.
Un sopralluogo deciso di iniziativa anche sulla base di alcune segnalazioni raccolte nei giorni scorsi, e al quale faranno seguito ulteriori accertamenti per confrontare la situazione di oggi con lo stato pregresso dell’area. Intanto sull’argomento dagli uffici del Parco di Montemarcello Magra all’inizio di febbraio è partita una lettera indirizzata al direttore del Dipartimento ambiente della Regione Liguria e inviata per conoscenza anche al commissario per l’emergenza alluvione Claudio Burlando, all’Autorità di bacino, al settore difesa suolo della Provincia e al comando provinciale della Forestale.
NEL DOCUMENTO si chiede un parere sulla legittimità degli interventi di somma urgenza realizzati dopo l’alluvione, e, limitatamente al tratto di fiume compreso tra Vezzano e Follo e a valle del viadotto autostradale di Brugnato, si esprime anche un giudizio negativo. Il verbale di somma urgenza redatto dalla Provincia poneva infatti limiti precisi, sottolineando che gli interventi dovevano limitarsi alla rimozione degli «accumuli legnosi» superficiali e sommersi e delle «piante con parziale compromissione dell’apparato radicale», e alla «raccolta, asportazione e allontanamento del materiale antropico (imbarcazioni e altro) trasportato dalle acque in piena».
Ma a monte della confluenza tra Magra e Vara la ripulitura sarebbe stata fatta ‘a raso’. «I lavori hanno comportato l’asportazione quasi totale della componente residua e arbustiva con significative ripercussioni anche per l’ecosistema acquatico e la conservazione della fauna ittica». Di più. «La banalizzazione dell’ambiente fluviale può ripercuotersi sulla qualità degli habitat per un periodo non breve». Insomma, la cura potrebbe avere aggravato il male.