Prato, 13 dicembre 2017 - Se è (quasi) arrivato ultimo tra i novemila partecipanti alla Firenze Marathon c’è un motivo. Più d’uno, a dire il vero, ma uno in particolare. Mario Ferri, 71 anni, podista, maratoneta, ma non uno sportivo nel senso agonistico del termine. Un personaggio unico nel suo genere: a fine 2014 aveva al suo attivo oltre 500 maratone corse nella sua vita, poi ha smesso di contarle. Ma non di parteciparvi. In certi anni ne ha corse in media una ogni due settimane, roba da far impazzire i medici sportivi che spesso consigliano di non correrne più di due l’anno. Lui ne ha fatte anche due a distanza di poche ore.

Una vita sportiva da romanzo, quella di Ferri, che lui stesso ci racconta. Ferri, pratese di Villa Fiorita «ma nato dentro le mura», una vita nel commercio di auto, prima come dipendente poi come titolare della concessionaria Mitsubishi a Pistoia, è un corridore particolare. Fa parte del club dei supermaratoneti: «Nel 2014 - racconta - mi venne l’idea di farne cinquanta in un anno, poi festeggiai con una maratona ‘privata’ a Villa Fiorita con 42 persone, una per chilometro. Facemmo un giro ciascuno e poi festeggiammo tutti insieme: passate le 500 corse ho smesso di tenere il conto».

Perché? «Ho preferito smettere da questa dipendenza. Che è comunque positiva, perché correre e camminnare sono antidepressivi naturali. Però ho smesso di contarle e di mandare l’elenco al club alla fine di ogni anno. Anche quando lavoravo cercavo sempre di trovare il modo di andare a correre: i muscoli erano stanchi ma il cervello fresco».

Ferri corre senza orologio e spiega: «Non mi sono mai allenato, infatti i podisti non mi conoscono. Anche perché confesso che a me non piace correre. Amo camminare e amo le maratone per gli stimoli che mi danno, amo girare il mondo e conoscere gente». Il tempo di gara? Non mi interessa, nemmeno controllo. Certo, se dico di correre... per esempio, a bruxelles e Dublino ho fatto sulle 4 ore e 38’, ma se posso me la godo».

Ferri ha corso anche le ultramaratone, roba da cento chilomnetri per volta, come il Passatore o quella del Gargano. «Ma non è strano, non è nulla di che – si schermisce – sono cose che fai per te stesso, al di là dell’agonismo. L’impresa atletica è importante, ma soprattutto è una corsa che si fa per se stessi. Comunque vado fiero di non essermi mai ritirato». A Firenze è arrivato terz’ultimo: penultimo il suo compagno di corsa, poi un francese.

Ma c'è un motivo: «Ho corso con il mio amico Lawrence Wilson, un avvocato di San Francisco che viene da quindici anni in Italia. A gennaio si deve operare al cuore per via delle aritmie. Non volevo lasciarlo solo e l’abbiamo fatta insieme. Ci sono stati dei momenti delicati, compresi i crampi. All’arrivo eravamo commossi, peraltro l’organizzazione della Firenze Marathon ci ha aspettati fuori tempo massimo: sono bravissimi. Peccato che il pubblico non risponda come accade per esempio a Valencia o Dublino, ma l’organizzazione fiorentina è splendida».

Ma ci sono delle corse preferite? «Non ho mai fatto New York - spiega Ferri – ma per mia scelta. Io amo l’Europa, le nostre maratone sono le più belle soprattutto in Spagna e in Italia. Però a Natale quest’anno vado a correre in Thailandia». Ma anche qui c’è un motivo: il figlio Daniele è allenatore della Nazionale di pallanuoto femminile thailandese.