Prato, 17 luglio 2017 - E’ il re del musical italiano con la sua Compagnia della Rancia. Ma prima di essere produttore e regista è stato attore. Pochi film, uno per entrare nella storia del cinema: «Padre padrone» dei fratelli Taviani. Saverio Marconi: una prestigiosa carriera partita da Prato cinquant’anni fa.

Che ricordi ha?

«Bellissimi. Prato era un centro culturale importante. Un punto di riferimento per tutto il teatro. Già quando abitavo a Firenze, seguivo la programmazione del Metastasio. La Pergola di Firenze era inagibile dopo l’alluvione del 1966. E io non perdevo uno spettacolo al Met. I miei anni pratesi sono stati bellissimi. Ero giovane, ero entusiasta, ero considerato. Cosa potevo desiderare di più».

Tutto è partito da qui?

«Avevo frequentato a Firenze l’Accademia di belle arti e ho cominciato subito ad occuparmi di scenografia. Realizzai i primi spettacolini teatrali per i bambini grazie ad una suora di cui non ricordo purtroppo il nome. Facevo tutto, il costumista, lo scenografo, l’attore protagonista. Sono stati anni di formazione assolutamente fondamentali per me. Mi ricordo anche di aver fatto uno spettacolo da un testo di Sem Benelli, Adamo ed Eva al ridotto del Metastasio».

E poi il Santa Caterina. Insieme a lei, giovanissimi, Paolo Magelli, Roberto Benigni e Pamela Villoresi.

«Che ricordi. C’era anche Carlo Monni. Ricordo con piacere le nostre chiacchierate in macchina. Io non guidavo e loro mi riportavano sempre a casa. Ogni tanto con Pamela ci sentiamo. Purtroppo con Roberto non ci siamo più incontrati».

Giovani e all’inizio di carriere strepitose.

«Beh è andata così. Credo che nella vita non sia importante la notorietà, piuttosto vivere bene con il proprio lavoro. Per me il concetto del successo è questo. Credo che a noi sia successo questo. Essere noti o popolari può capitare, ma di per se non vuole dire nulla. Si può diventare famosi anche solo per un fatto di cronaca. Un conto è essere noti, un conto è avere successo».

Da attore ha calcato le tavole del palcoscenico del Metastaio insieme a Lavia nell’Otello…

«A proposito del Met, vorrei ricordare Montalvo Casini, l’allora direttore. Un uomo straordinario che amava il proprio lavoro, il Met e Prato. Era un punto di riferimento per tutto il teatro. E’ stata una persona che ha fatto tanto per me. Grazie a lui sono arrivato a sostenere i primi provini importanti della mia carriera, con Garinei e Giovannini, Paolo Stoppa, Enrico Maria Salerno, Franco Enriquez. Casini riusciva a portare dei nomi strepitosi al Met. Ricordo di aver visto Ella Fizgerald, Ray Charles, star che facevo solo tre date, Roma, Milano e Prato. Credo di aver vissuto a Prato un peridio storico irripetibile».

Negli anni che rapporti ha mantenuto con la città?

«Ci sono tornato spesso anche perché ho un fratello che vive a Firenze. E poi ho tante amiche e amici. Ne ricordo uno per tutti….Roberto Faggi».

Con le sue produzioni della Compagnia della Rancia è sempre presente nel cartellone del Politeama

«Mi fa molto piacere, grazie alla cara Roberta Betti. Purtroppo al Met non mi chiamano mai e questo per me è un rammarico. C’è un falso pregiudizio nei confronti del genere musical. Forse sarà per questo».

Riusciremo a vederla in città con il prossimo spettacolo?

«Sto preparando il nuovo spettacolo sempre da un testo di Schmitt, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Speriamo»