Pistoia, 2 febbraio 2018 -  "L'ho guardato  negli occhi e in quello sguardo ho visto tutta la ferocia di chi aveva ucciso e mangiato tutti i suoi nemici". Se Indiana Jones avesse avuto una macchina fotografica, si sarebbe chiamato Luca Bracali: fotoreporter di fama internazionale (anzi, spaziale, perché c’è un asteroide che porta il suo nome), che ha chiuso il suo trentunesimo anno di carriera con uno scoop di portata mondiale. Ha intervistato e fotografato l’ultimo cannibale e ritratto, primo al mondo, le "mummie viventi" dell’Indonesia estrema.

Una storia scioccante, stemperata dall’uscita del suo tredicesimo libro: "India", dove ha documentato i restauri delle chiese care a Madre Teresa di Calcutta. Un contrasto nettissimo (ma la realtà è sempre in bianco e nero), nell’opera del fotografo pistoiese, 53 anni, regista di Rai Uno e documentarista di Kilimangiaro, 140 Paesi visitati e nove premi fotografici internazionali. La fotografia è anche ricerca antropologica per Luca, che ha attraversato territori sconfinati, foreste impenetrabili e guadi pieni di insidie per raggiungere tribù ormai vicine all’estinzione. È lui che ci racconta la sua ultima avventura nella West Papua, l’Irian Jaya, a Nord dell’Australia.

Cosa l’ha spinta in quelle valli remote?

«Il desiderio di studiare e capire le ultime etnie della Terra, gli Yali, i Lani e i Dani, grandi guerrieri. Gli Yali erano cannibali. L’ultimo ancora in vita ha 85 anni, si chiama Elia e ha tre figli che lo vorrebbero portare a vivere in una vera casa. Ma lui preferisce la sua capanna di legno, e vivere seminudo, mangiando una patata o una banana al giorno, e bere tanta acqua. Questo, mi ha detto, è il segreto della sua longevità. È stato il più feroce. Ha ucciso con le frecce, e mangiato, cinquanta nemici, fatti a pezzi e bolliti nei pentoloni e offerti alle loro donne. Le ossa venivano bruciate. Non c’era nessuna motivazione ‘spirituale’. Uccidevano e mangiavano. E questo avveniva negli anni Settanta-Ottanta. Mi ha detto che hanno smesso di mangiare uomini quando sono arrivati i missionari, dall’Olanda e dalla Germania, ma i primi sono stati uccisi e mangiati».

Cosa ha provato quando vi siete incontrati?

«È stato un incontro che ho voluto fortemente e sapevo che sarebbe stato impossibile, o quasi, e quando si è realizzato ho provato una sensazione unica, destabilizzante. In quello sguardo io ho visto tutta la ferocia di chi aveva ucciso e poi mangiato tutti i nemici che gli si erano parati davanti. Ma ho visto anche un uomo terribilmente solo e ho desiderato comprendere la sua anima, la sua vicenda umana. Una visione duale quella che ho percepito, contrapposta, di chi ha deciso di vivere l’ultima parte della sua vita nella sua capanna, accanto al fuoco, nella più assoluta solitudine dopo la presa di coscienza dell’orrore che si era compiuto. Ma lui è nato e cresciuto come un animale che caccia, uccide e mangia. Questa era la sua cultura. Oggi la sua esistenza è quella di un guerriero che ha deposto le armi. Gli ho chiesto se si fosse pentito. Mi ha detto di sì. Gli ho augurato la benedizione e il perdono di Dio».

Poi ha fotografato, primo al mondo, le ‘mummie viventi’.

«Nella valle di Beliam, a Wamena, dove vengono custodite sette mummie. Hanno secoli. Erano i più importanti capi villaggio. Sono ‘tenute in vita’, con unguenti particolari, segreti, spalmati tutti i giorni, e poi essiccate. Ho avuto il privilegio di poter entrare nella capanna dell’essiccazione della mummia più vecchia e fotografarla. Ha trecento anni».

Il tredicesimo libro è una pausa mistica...

«Ho chiesto al professor Lorenzo Casamenti di poterlo seguire in India, dove ha restaurato gli affreschi della chiesa di San Francesco a Dehradun, della Basilica di Nostra Signora delle Grazie a Sardhana, e la Cattedrale del Sacro Cuore a Delhi. Il restauro, e il libro stesso, sono stati sostenuti dall’Istituto Lorenzo de’ Medici di Firenze e dalla sua presidente, Carla Guarducci. I testi sono dell’amico pistoiese Giuseppe De Ceglie che ha svolto una monumentale ricerca storica. Un team tutto toscano, un omaggio alla mia terra».