Pistoia, 17 marzo 2017 - E' durato quasi tre ore l’interrogatorio di Marinova Bogdani Vessellinova, la moglie dell’ex vigile del fuoco Antonio De Witt Molendi, morto nel suo appartamento di via Ferrucci nella notte fra il 4 e il 5 febbraio scorso. La donna è indagata per omicidio preterintenzionale. L’interrogatorio era stato chiesto dalla Procura e si è svolto davanti al magistrato che dirige le indagini della Squadra Mobile, sostituto procuratore Giuseppe Grieco.

La donna, assistita dal suo legale, l’avvocato Benedetta Berardinelli del foro di Pistoia, ha risposto a tutte le domande che il magistrato le ha posto, molte e dettagliate, cercando di chiarire con precisione ancora maggiore tutto quello che, alcune settimane fa, aveva raccontato agli investigatori della Mobile. La donna ha ripercorso attimo per attimo tutto quello che era accaduto in casa la drammatica sera in cui Antonio, che soffriva di problemi psichici e di epilessia, era poi deceduto. Era rientrata in casa alle 19.30 circa, giusto in tempo per sentire un tonfo. Era il rumore della caduta, l’ennesima, visto il male di cui Antonio soffriva, nella cameretta dove lui dormiva. Lui era finito a terra e lei – sempre secondo il resoconto della donna – si era offerta di aiutarlo a tornare a letto, ma il marito l’aveva pregata di lasciarlo a terra e allora lei si era preoccupata di ripulirlo, dopo di che era andata a dormire nella sua stanza. Si era poi svegliata – ha raccontato ancora al magistrato – alle 23 circa, e Antonio era ancora nella stessa posizione, ma ancora vivo. La donna ha infatti spiegato al pm di avergli tastato il polso e di averne sentito il battito, e di avergli messo l’accendino acceso davanti alla bocca. L’uomo respirava ancora. Un’ora dopo circa, aveva cercato di tirarlo su per le braccia e lui avrebbe esalato l’ultimo respiro. La donna, a quel punto, come aveva sempre riferito, si sarebbe sdraiata al suo fianco, vegliandolo.

«Un fatto culturale per lei – ci ha poi spiegato l’avvocato Berardinelli –: i morti non si lasciano soli». L’attenzione degli inquirenti si era subito concentrata sul ritardo con cui lei aveva dato l’allarme ai soccorsi. La donna ha ribadito che, nel corso della notte, aveva consultato suo figlio che le aveva detto di dare l’allarme. Il magistrato ha quindi voluto approfondire con lei alcuni aspetti come la presenza di alcune macchie «sospette» sul muro, macchie che, verosimilmente, potrebbero essere di sangue. Il dottor Grieco ha mostrato alla donna alcune fotografie. Lei ha spiegato che alcune macchie erano lì da tempo e che altre le aveva pulite.

Ha detto anche che, negli ultimi mesi, i litigi con il marito erano diventati frequenti e che lei aveva chiamato più volte il 113 perchè lui la offendeva pesantemente e che in certe situazioni, quando le crisi dell’uomo erano forti, lei aveva paura. I motivi dei litigi erano legati ai soldi e alla casa. Tutte circostanze confermate dalle relazioni di servizio. Adesso inquirenti e indagata attendono l’esito delle perizie: l’autopsia, con approfondimento sulle lesioni riscontrate sul corpo dell’uomo, ritenute compatibili con percosse, e la consulenza sul Dna, ovvero sulle tracce, presumibili, di sangue, rinvenute su alcuni oggetti.

lucia agati