Pistoia, 15 giugno 2017 - "Se avessi avuto un’arma mi sarei difeso. Prima di farmi ammazzare, avrei sparato, perché la vita è unica e nessuno ha il diritto di toglierla a un altro. Non c’è bene che valga di più". Parla con la voce ferma Gianmichele Gangale. Lui è un sopravvissuto ma si considera un condannato all’ergastolo. Le coltellate inferte dai rapinatori che lo assalirono nel casolare di famiglia, sulle colline di Buriano, la mattina del 24 gennaio 2013, lo hanno condannato a vita: completamente paralizzato, per sempre.

"Io sono all’ergastolo – spiega – Posso solo pensare, la testa per fortuna mi funziona. Chi mi ha aggredito è in carcere e, grazie al rito abbreviato, sconterà una pena ridotta". I rapinatori, quattro albanesi, sono stati condannati a quattordici e dieci anni.

«La colpa è della legge. Ci vogliono pene più severe e soprattutto più certe e immediate, per scoraggiare i criminali. Non è vero che la legge è uguale per tutti. Io non ho avuto e non avrò sconti da nessuno»

Oggi Gianmichele Gangale vive ad Agliana in una piccola casa per lui accessibile: il casolare non è più praticabile. Con lui c’è la moglie e la figlioletta piccola. «Se accadesse oggi qualcosa, io non potrei aiutarle in nessun modo. Sapere di non poter difendere la propria famiglia fa male. Io penso che armarsi sia necessario, pur non avendo mai posseduto un’arma. Non l’abbiamo mai avuta, né io né mio padre, siamo gente semplice. Prima della rapina, io mi sentivo al sicuro nella mia casa. Oggi non lo credo più».

Poi il pensiero va a quei terribili momenti. «Non mi hanno dato il tempo di parlare: mi hanno accoltellato brutalmente. Se avessero fatto richiesto avrei dato loro qualsiasi cosa. Io non ero e non sono ricco, ma avrei dato tutto ciò che avevo».

Sul caso del gioielliere che a Pisa ha aperto il fuoco contro il ladro, Gianmichele non ha dubbi: «ha fatto bene – commenta – Mi auguro che i giudici riconoscano la legittima difesa. Lui ha protetto se stesso e la sua famiglia. Quanto a me, lo Stato mi ha abbandonato: non avuto alcun risarcimento, oggi vivo con una piccola pensione di invalidità, pagandomi da solo le spese per l’assistenza medica di cui ho bisogno. Spero che passi la legge che riconosce un risarcimento alle vittime di aggressioni. La gente, quando mi incontra, mi riconosce come quello che è stato in tv. Vorrei dire loro che non è piacevole e che la tv non mi paga per raccontare la mia disgrazia».

Martina Vacca