Pistoia, 11 ottobre 2017 - «Nonostante i ripetuti appelli a sospendere o rinviare la corsa, si volle lo stesso scendere in pista e per farlo, quel pomeriggio, furono inviati tecnici a gettare la calce per asciugare il percorso dopo che la pioggia lo aveva reso fangoso. Questa fu la ragione per cui i cavalli scivolarono: perché i loro zoccoli non trovarono la necessaria presa su un terreno elastico, ma al contrario una pista indurita che li fece cadere». Sono le parole di Gianluca Felicetti, presidente nazionale della Lav (Lega anti vivisezione), che ieri pomeriggio è stato a lungo ascoltato, nell’aula di San Mercuriale, davanti al giudice monocratico Jacqueline Monica Magi, nel processo per i noti fatti della Giostra dell’Orso 2014, quando due cavalli si infortunarono in corsa e furono poi abbattuti.

 

Secondo la pubblica accusa, «Oracle Force», del Grifone, non avrebbe avuto i requisiti strutturali per gareggiare (avendo gli stinchi troppo sottili; solo 16,5 centimetri, contro i 18 da regolamento) e l’altro, il «Golden Storming» del Drago, sarebbe stato abbattuto senza la necessaria iniezione di sedazione, che gli avrebbe evitato una morte dolorosa. Sei gli imputati, tra medici e responsabili della manifestazione e dei cavalli: per tutti il reato contestato è quello di maltrattamento di animali, articolo 544 ter del codice penale.

 

A seguito di quei fatti la Lav (che non aveva un proprio delegato presente quella sera) aveva inviato una richiesta di indagini, sulla base della documentazione fotografica ricevuta (immagini che ritraggono un tecnico mentre sparge la calce sulla parte di pista allagata), pur non costituendosi parte civile. Quanto alla necessità che si presentò di abbattere i due purosangue infortunati, secondo il presidente della Lav, «non fu praticata eutanasia, in quanto (è questa la linea sostenuta della pubblica accusa, ndr) mancò la iniezione di sedazione, precedente, e quella di induzione, successiva, alla puntura letale del medicinale Tanax». Condotta questa che (sempre secondo l’accusa) integrerebbe il reato di maltrattamento di animali (articolo 544 del codice penale), con l’aggravante della morte dello stesso.

 

Diversa la ricostruzione data dai legali difensori, che hanno invece posto l’attenzione sul fatto che in nessun punto la normativa in materia fa menzione del principio attivo o della sostanza da usare per indurre l’eutanasia, come ha fatto notare l’avvocato Maurizio Bozzaotre (legale difensore di uno dei medici veterinari). Lo stesso percorso aveva ottenuto l’autorizzazione della Fitetrec (Federazione Italiana Turismo Equestre). Infine, il divieto di usare purosangue, come ha fatto notare l’avvocato Benedetta Berardinelli (legale rappresentante di tre imputati tra detentore, proprietario e fantino), non comparirebbe in nessun punto del regolamento della Giostra. Il processo riprende il 17 ottobre.