"L’omosessualità
è disordine
Niente comunione
ai gay dichiarati"
E’ polemica per un intervento del vescovo Simone Scatizzi
Pistoia, 6 febbraio 2010 - «L’omosessualità è disordine», sulla base dei precetti di Antico e Nuovo Testamento «non è possibile accettarla oggettivamente». Pertanto la «dichiarata e ostentata omosessualità impediscono l’amministrazione della comunione». Un commento rilasciato a un sito cattolico tradizionalista per dire che i gay dichiarati non possono ricevere l’ostia durante la messa, e il nome dell’ex vescovo di Pistoia, Simone Scatizzi, torna ad irrompere nelle cronache nazionali scatenando una serie infinita di reazioni e proteste. Pochi minuti sono stati sufficienti perché le parole dell’alto prelato, alla guida della diocesi pistoiese dal 1981 al 2006, rimbalzassero ieri fra agenzie stampa e siti web innescando polemiche e riaprendo antiche ferite.
«La pratica omosessuale e la ostentata e dichiarata omosessualità impediscono l’amministrazione della comunione, secondo quanto dice la Chiesa e nessuno sicuramente è in grado di contraddire questo precetto», dice il 79enne Scatizzi a pontifex.roma.it nell’ambito di una serie di interviste a vescovi emeriti su uno dei nodi mai risolti nel rapporto fra mondo gay e chiesa. Come conferma il diretto interessato, la dichiarazione corrisponde a un suo radicato convincimento: «La comunione — spiega al telefono dalla sua abitazione di Firenze — non può essere data né ai divorziati riaccompagnati, né agli omosessuali. E’ la dottrina a dirlo».
Scatizzi, che nella diocesi di Prato adesso segue la pastorale per coppie separate e divorziate, non si stupisce delle reazioni suscitate dalle sue parole. Cerca soltanto di precisarne la portata sostenendo che «tutto dipende da come un gay vive la sua condizione. Se lotta, cerca di cambiare tornando a una vita normale, e quindi non ostenta, il problema non si pone», dice specificando che anche nel sito invoca «delicatezza e misericordia» verso gli omosessuali. «Alla fine — scrive su pontifex — il giudice ultimo è Dio, pertanto sulla terra nessuno è autorizzato a emettere sentenze. Certo, se si presentano davanti a me non posso dire di no. E non per buonismo ma perché non so se questi possano essersi confessati, pentiti o aver cambiato vita», prosegue Scatizzi.
Specificazioni che non spostano di un centimetro le reazioni di gay e lesbiche che ancora ricordano la presa di posizione dell’allora vescovo, sull’istituzione del registro delle unioni civili proposta dal Comune di Pistoia. «Scatizzi torna ad usare un linguaggio volutamente identico a quello utilizzato in ambito medico a proposito di Aids — nota Bert D’Arragon, già presidente dell’Arcigay Toscana — dimostrando una volta di più che da parte della Chiesa si pensa all’omosessualità come ad una malattia. Lo stesso verbo ‘ostentata’ è mutuato dal Codice Rocco. Quelle dell’ex vescovo sono parole di una gravità inaudita che riportano indietro nel tempo».
Da parte della Chiesa, l’attuale vescovo Mansueto Bianchi non rilascia dichiarazioni e almeno per il momento si registra soltanto l’intervento dell’Unione cattolica stampa italiana: «Dobbiamo anche, per onestà, riflettere sulla distinzione dei piani praticata da Scatizzi — dice il presidente, Mauro Banchini. Quello dei principi generali (‘da pastore sono obbligato, sempre in linea generale, a rifiutare la comunione...’) e il piano dei comportamenti pastorali (’in ogni caso con gli omosessuali è necessario usare delicatezza e misericordia...’). Avendo apprezzato monsignor Scatizzi anche per certe aperture sul piano sociale e su quello pastorale, compreso il bel lavoro a servizio dei credenti separati o divorziati, mi dispiacerebbe se il suo pensiero venisse tradito o fosse stato strumentalizzato», conclude l’esponente dell’Ucsi.
Simone Trinci
