Pisa, 18 novembre 2014 - Ci sono giorni della Storia che non si possono dimenticare. Ci sono colpe dell'umanità che lasciano cicatrici così profonde da non chiudersi mai, nemmeno se i decenni passano e le situazioni cambiano. Siamo a Varsavia una sera di primavera. Soldati nei vicoli, ombre, passi sull'acciottolato. Dentro una delle case del ghetto si svolge una tragedia, una delle tante, non solo in Polonia ma in tutta l'Europa, durante gli anni bui della Grande Guerra. Il secondo titolo nel cartellone della lirica del Teatro Verdi è una prima mondiale di un' opera che Giancarlo Colombini, musicista talentuoso e compositore appassionato, scrisse nei primi anni Sessanta su libretto di Dino Borlone. Nonostante 'Il Ghetto­ Varsavia, 1943' sia stata premiata nel 1970 da Herbert Von Karajan al concorso internazionale 'Guido Valcarenghi', non era mai stata eseguita su un palcoscenico, vuoi per la particolarità della musica, che nella sua integralità necessita di un organico orchestrale complesso, vuoi per un soggetto non facilmente spettacolarizzabile.

Opera di nicchia, dunque, che il Teatro Verdi ha allestito e prodotto per proporlo al suo pubblico il 22 e il 23 novembre con la recita domenicale inserita anche nella stagione dei concerti della Scuola Normale. "I protagonisti di quest' opera sono l'uomo, la dignità e il dovere di ricordare", ha sottolineato Silvia Colombini, che del compositore è la nipote, presentando l'evento nel foyer del teatro anche attraverso "l'assaggio" di alcuni brani musicali. "Grazie alle emozioni generate dalla musica si cerca di dire l'indicibile, valicando qualsiasi barriera linguistica, culturale, religiosa e fisica. Non ci dimentichiamo che nella premesa dell'opera si spiega che tutti i personaggi sono morti. In questo modo si rinuncia a qualsiasi spettacolarizzazione per potersi aggiungere a una condanna nel rispetto della Storia". Silvia Colombini, che ha studiato violino, è un soprano e interpreta Mozart, se lo ricorda bene quel nonno travolgente seduto al pianoforte di fronte a platee incantate dalla sua passionalità. "Era gracile, buono, sorridente, molto particolare, con un entusiasmo innato per la musica", racconta. "Quando era molto piccolo si era ammalato di una grave influenza. Appena si vide arrivare in dono il pianoforte che lui aveva tanto desiderato guarì immediatamente...".

Quel bambino gracile a soli 16 anni avrebbe suonato alla Scala con Toscanini e sarebbe stato uno dei pochi allievi di Mascagni. "E' sempre rimasto nell'ombra perchè è stato ostracizzato a causa della sua incorruttibilità. Lui amava essere un artista puro e non seguiva le mode dell'epoca. Non a caso ebbe il coraggio di affermare che la dodecafonia sarebbe stata solo una parentesi musicale e ha continuato sulla sua strada. Diceva sempre: 'Se un compositore vola lo dirà la storia'". Ma perché ripercorrere in un' opera lirica fatti storici tanto dolorosi, lui che non era ebreo, ma cattolico, così come cattolico era Dino Borlone, che ha scritto il libretto? "L'idea, il progetto de 'Il Ghetto', venne a mio nonno perché lui è sempre stato molto sensibile agli oppressi. Uomo contro uomo: un dramma tremendo che lo coinvolgeva. La musica è intessuta con il testo. Lui e Borlone lavorarono insieme". Oltre 50 anni dopo la sua composizione, il regista Ferenc Anger la mette in scena al 'Verdi' spinto da una ricerca di verità. "Nessuno intende demonizzare un gruppo di persone, né trovo importante che si tratti di ebrei da una parte e di tedeschi dall'altra", ha detto. "Nella storia ci sono gruppi che vincono ed altri che perdono. Ma come? E perché? E chi decide chi ha vinto e chi ha perso? Quest'opera è ancora attuale perché cerca la verità in senso universale". Justa, Isacco, Marek, Sara, Samuele e Feri nel dramma diventano persone e non 'personaggi'. L'amore tra Justa e Isacco, il tradimento di Feri, la follia di Sara dopo la morte del figlioletto dovuta alla mancanza di cibo, aprono le porte sul buio delle coscienze, ci mettono di fronte alla vulnerabilità dell'uomo, ma anche al suo coraggio. Due opposti che stridono e su cui gli autori dell'opera ci chiamano a riflettere. Sul piano della musica il direttore Gianluca Martinenghi parla di una partitura che va controcorrente rispetto agli anni in cui è stata scritta.

"Non è un'opera di avanguardia, la sua matrice è essenzialmente verista. Non bisogna quindi pensare all'anno in cui è stata scritta perché è come se Colombini avesse preso tutto quello che è successo musicalmente dal 900 in poi, ma sempre mantenendo un'unità stilistica", spiega. "La partitura originale è composta di molti strumenti a fiato e noi al 'Verdi' la eseguiremo in forma ridotta nella speranza, prima o poi, di poterla fare  esattamente com'era". Il sipario si apre su 'Il Ghetto' sabato 22 novembre alle 20,30. Si replica domenica alle 16. Gli interpreti sono Marina Shevchenko (Justa), Gianni Mongiardino (Isacco), Italo Proferisce (Marek), Laura Brioli (Sara), Veio Torcigliani (Samuele), Gianni Coletta (Feri). Infine Antonio Pannunzio, Vladimir Reutov e Francesco Baiocchi vestiranno i panni dei soldati delle SS. La revisione per la riduzione dell'organico orchestrale è di Luigi Pecchia, il coro è quello di San Nicola diretto da Stefano Barandoni. Suona l'orchestra Arché.

Valeria Caldelli