Pisa, 2 febbraio 2018 - La musica di uno dei film più belli della stagione, L’ora più buia sul ruolo di Winston Churchill durante la guerra, è firmata dal pisano Dario Marianelli, che esattamente dieci anni fa vinse l’Oscar per la colonna sonora di “Espiazione”. Il compositore, che vive a Londra da quasi trent’anni, è stato candidato anche per le musiche di «Orgoglio e pregiudizio» nel 2006 e «Anna Karenina» nel 2013.

Maestro, come è nata questa colonna sonora?

Come spesso mi succede col regista Joe Wright, il primo incontro per parlare di Darkest Hour conteneva già abbastanza spunti per iniziare subito a scrivere la musica, anche se la scenografia non era completa. Joe mi fece vedere una vecchia foto in bianco e nero di Churchill che camminava velocemente, tutto proteso in avanti, con le mani dietro la schiena, il sigaro che punta come una freccia nella direzione della camminata. Era una foto un po' sfuocata, graffiata, ridotta male. Mi disse di concentrarmi sull’energia propulsiva di Churchill, che era corpulento ma agile. Ma in realtà Joe voleva comunicarmi qualcosa di più nascosto: l’energia mentale che catapultava Churchill continuamente da un’idea all'altra (non necessariamente tutte buone). Poi mi ha rivelato che la foto non era affatto di Churchill, ma di Gary Oldman in una prova di costume e trucco. Avevo capito, a quel punto, che Joe aveva in mente un film e una musica propulsivi, protesi in avanti, energetici, che amplificassero il ritmo dell'immaginazione vulcanica di Churchill.

Ha avuto modo di vedere le scene o ha scritto la musica basandosi sulla sceneggiatura?

Ho scritto cinque o sei pezzi basandomi sulla sceneggiatura e sul mio incontro con Joe, prima che iniziassero le riprese. In quei pezzi ho cominciato anche a fare altri esperimenti, per esempio costruendo un ritmo fatto di esplosioni, di cannonate, di bombe. Li ho ascoltati recentemente: erano tutti abbastanza vicini a quella che poi è diventata la colonna sonora, a parte qualche esperimento con la voce, che abbiamo poi deciso di abbandonare. A riprese effettuate, poi, ho ripreso quei pezzi e ho cominciato ad adattarli alle varie scene, scrivendone anche altri.

Il suo sodalizio con Joe Wright si è consolidato nel tempo. Come è nato questo rapporto e come è maturato nel tempo?

La prima volta che l'ho conosciuto — in occasione di Orgoglio e Pregiudizio — cominciammo subito a parlare di cosa vuol dire il “vero” nel contesto della finzione cinematografica. A tutti e due stava a cuore una ricerca di una qualche verità poetica che esiste simultaneamente a quella letterale, ma che si può raggiungere solo con l’artificio. È un tema costante, mi pare, nel cinema di Joe Wright: c’è una stilizzazione che è agli antipodi della verità documentaristica, ma che ciò nonostante si avvicina, almeno per me, a delle verità condivise più universali. Veramente non ne parliamo esplicitamente quasi mai, ma per me è abbastanza ovvio che condividiamo il gusto per un’estetica piuttosto “teatrale”.

Non da musicista, ma da spettatore, qual è il film di Wright che ha amato di più?

Direi “Espiazione”: l’ho rivisto poco tempo fa al cinema e sono contento dell’impressione che mi ha fatto. Mi pare un film che invecchierà bene. Ma in tutti i film abbiamo sempre fatto esperimenti, e sono affezionato a tutte le collaborazioni fino a oggi.

Sono passati dieci anni dall'Oscar per Espiazione. Cosa ricorda di quella serata?

Ricordo che ero molto frastornato: prima della serata c’era stato un party molto bello della Società dei Compositori a Beverly Hills, dove mi avevano fatto diversi complimenti, e già quello mi sembrava eccezionale. Alla fine della serata ricordo anche di essere stato leggermente imbarazzato verso Michael Giacchino, che aveva scritto una colonna sonora strepitosa per “Ratatouille”, ma che non vinse per causa mia. Io avevo votato per lui... Il momento in cui mi chiamarono sul palco per darmi l’Oscar è una memoria surreale: mi pare che sia qualcosa successo a qualcun altro.

Cosa è cambiato dopo il premio dell’Academy?

Non è cambiato molto, dopo il premio. Mi sono stati offerti altri film “storici” o adattamenti letterari, e credo che per tanti produttori sia stato più facile etichettarmi come compositore di “dramma”, piuttosto che di commedia, o fantascienza, o film contemporanei. Prima dell’Oscar avevo scritto musiche un po' per tutti i generi cinematografici. Ma credo che questo sia stato un effetto passeggero: ho dovuto dire di no a parecchi film storici e penso di aver bilanciato la percezione che esisteva di me come compositore monotematico. Ultimamente ho lavorato a film molto diversi tra loro: subito dopo aver registrato la musica di “Darkest Hour” ero nello studio di nuovo a registrare il film per bambini “Paddington 2” e, due mesi dopo, in Italia con Marco Tullio Giordana per un film di attualità, “Nome di Donna”.

Concerti sold out, cd e download al pari delle rockstar. Ha senso parlare di musica per il cinema o non dovremmo piuttosto parlare di musica e basta?

È un discorso complicato e forse siamo ancora troppo vicini all’oggetto: non c’è abbastanza prospettiva storica. Non tutta la musica da film è interessante da sola, lontano dalle immagini. Mi piacerebbe poter asserire che quando la musica è buona, sta in piedi da sola — ascoltiamo volentieri le musica che Prokofiev o Stravinsky scrissero per i balletti, con o senza balletto. Ma non è così semplice. L’impatto delle immagini è enorme e mi chiedo se i concerti di musica da film avrebbero lo stesso successo se la musica non fosse attaccata originariamente a un film di successo. Comunque condivido il sentimento della domanda: le etichette alla musica sono forse utili, ma fino a un certo punto, e fa piacere che esista un pubblico interessato all’esperienza della musica dal vivo.

Quale musica ascolta nel suo privato?

Poca, perché scrivo musica tutti i giorni, e nel privato cerco il silenzio. Ma se sono in macchina ascolto la radio; mi piace soprattutto la musica classica che non ho ancora sentito. Mi piacciono le sorprese. E il jazz.

Quanto è legato alla sua Pisa?

Vivo a Londra da ventotto velocissimi anni. Il luogo di nascita anagrafica è un incidente del caso, ma se avessi potuto scegliere penso che Pisa sarebbe stata comunque sulla lista. Vado a Pisa quattro o cinque volte all’anno. Quello che ricordo con più piacere di Pisa degli anni passati, crescendovi, è il ritmo lento — c’è anche tempo per pensare, passeggiando la sera sui lungarni. A Londra è più difficile. Se non altro perché non ci sono i lungarni…