Pisa, 10 ottobre 2017 - Un team di bioingegneri e neurologi rende omaggio al medico italiano Giuliano Vanghetti, vissuto in Toscana tra Ottocento e Novecento, precursore a tutti gli effetti delle moderne tecniche di neuroprotesica. Lo studio appena pubblicato in copertina da “Neurology”, prestigiosa rivista della “American Academy of Neurology”, nella sezione dedicata alle ricerche sugli aspetti storici della neurologia, è dedicato proprio alla valorizzazione del lavoro e delle intuizioni di Giuliano Vanghetti, alcune tuttora alla base della neuroprotesica, branca della scienza che studia gli arti bionici mossi direttamente dal pensiero.

La riscoperta delle idee e del metodo del medico italiano è stata curata da ricercatori dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, della Casa di Cura del Policlinico di Milano e della svizzera EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne). I ricercatori hanno indagato e ricostruito la vita e l’attività scientifica del medico, grazie al materiale originale conservato presso il “Fondo Vanghetti” della biblioteca comunale “Renato Fucini” di Empoli (Firenze). Nato nel 1861 in provincia di Firenze a Greve, nel cuore del Chianti, Giuliano Vanghetti rimane colpito dagli avvenimenti della battaglia di Adua (1896) durante l’invasione coloniale dell’Etiopia da parte delle armate italiane. Giudicando traditori gli Ascari, i soldati eritrei inquadrati regolarmente nelle forze italiane, gli Etiopi applicarono un’antica legge e amputarono a 800 di loro la mano destra e il piede sinistro. Nella sua casa di Empoli, Giuliano Vanghetti comincia a lavorare a una soluzione per dare movimento alle protesi cosmetiche passate a questi veterani dal governo italiano. Due anni dopo la battaglia di Adua, Vanghetti fornisce una prima descrizione del proprio metodo con studi effettuati sulle galline e nel 1900, grazie all’aiuto e alla fiducia del prof. Ceci dell’ospedale di Pisa, Vanghetti riesce a testare questa tecnica sull’uomo. I risultati sono ottimi e la tecnica, tra alti e bassi, comincia a diffondersi. Lo sviluppo di protesi dotate di movimento e controllabili da persone che hanno subito un’amputazione è stata una sfida tecnologica e clinica che si è protratta per secoli e che ha compiuto progressi grazie all’opera di Vanghetti.

Attraverso lo studio dei principi meccanici e neurologici del sistema neuromuscolare, Giuliano Vanghetti, agli inizi del Novecento, è stato il primo a descrivere e a realizzare operazioni chirurgiche per consentire ai pazienti di muovere protesi (allora meccaniche) e quindi a ripristinare - almeno in parte - i movimenti sfruttando i principi delle “operazioni cineplastiche” e dei “motori plastici”, per riprendere i termini utilizzati dallo stesso Giuliano Vanghetti. Il metodo di Giuliano Vanghetti è risultato particolarmente interessante per i ricercatori: il medico è stato il primo a sfruttare i movimenti naturali dei muscoli residui per attivare la protesi meccanica, collegata direttamente ai muscoli e ai tendini. L'idea di utilizzare ciò che resta della dinamica naturale del braccio per muovere la protesi resta oggi, a più di un secolo di distanza, alla base della neuroprotesica. La comunità scientifica internazionale dell’epoca non sempre ha guardato con il dovuto interesse le tecniche proposte dal medico italiano, preferendo una variante utilizzata da medici tedeschi negli anni dieci del Novecento, non riconoscendogli la paternità del metodo. Hanno tuttavia dato la misura di quanto le tecniche di Vanghetti fossero innovative i premi nazionali (dalla Reale Accademia dei Lincei e dalla Croce Rossa Italiana), i riconoscimenti internazionali (la candidatura al Premio Nobel nel 1923) e, soprattutto, l’utilizzo del suo metodo addirittura fino agli anni ottanta del Novecento.

“La vita e gli studi di Giuliano Vanghetti – commentano i ricercatori che hanno firmato la pubblicazione su ‘Neurology’ - sono notevoli ed estremamente interessanti. È stato un fiume in piena di idee e di ingegno, al servizio del prossimo; per certi aspetti è stato un visionario e, forse proprio per questo, solamente oggi, finalmente, riceve dalla comunità scientifica quel pieno riconoscimento che in vita non ha avuto”.