dall'inviato Tommaso Strambi

Sarajevo, 5 settembre 2017 - Il rombo del motore risuona forte nella cabina del C27J. E mentre il pilota lancia l’aereo sulla pista di decollo sono tanti i pensieri che si inseguono, quasi affastellandosi uno sopra l’altro. Ognuno chiuso nel suo silenzio a immagazzinare una giornata particolare. Giacomo, Antonio, Davide, Elisa, Antonella, Silvia, Celeste, Maddalena, Daniela e Silio hanno la testa reclinata all’indietro.

Alcuni hanno gli occhi chiusi, altri li tengono aperti, ma ognuno di loro riavvolge il nastro di questo venticinquesimo anniversario. Un quarto di secolo. Di solito le coppie festeggiano le nozze d’argento: ad Antonella, Celeste e Maddalena la vita ha riservato un destino diverso. Quando, quel maledetto 3 settembre del 1992, due missili terra-aria dell’artiglieria serba centrarono il G222 ‘Lyra34’ avevano ben altri progetti.

I loro bambini non vedevano l’ora di riabbracciare i loro papà. «Torno presto e giochiamo un po’», li avevano rassicurati uscendo di casa. In fondo, quel giorno, dovevano portare a termine una missione umanitaria. A bordo dell’aereo della 46ª aerobrigata, con le insegne della Nato, avevano coperte e medicinali destinati al popolo della Bosnia Erzegovina.

Per questo erano all’interno di un corridoio umanitario. Niente e nessuno doveva toccarli. E, invece, ecco «l’apice della barbarie», afferma deciso il deputato del Pd Marco Bergonzi della commissione Politiche dell’Unione Europea della Camera. Due missili lanciati da chissà chi: ancora oggi, a distanza di 25 anni, non si è riusciti a dare un’identità agli autori di questo crimine. 

Ma oggi non è il tempo delle polemiche. «È un anniversario particolare, il venticinquesimo appunto, – spiega con voce strozzata dall’emozione Antonella Pucci, vedova del pilota del ‘Lyra 34’, Marco Betti, a nome di tutti i familiari dei quattro componenti dell’equipaggio –. Oggi è un giorno che non ha bisogno di clamori. E’ un giorno che serve a noi per ricordare e per tramandare. Perché il valore del ricordo e della memoria non dev’essere perso.

Un momento intimo, emotivamente forte, in cui attraverso questa visita vogliamo ricordare dei militari, degli uomini, dei padri, dei compagni di vita che avevano come unico scopo quello di fare il loro lavoro nel rispetto delle regole, nel rispetto dei colleghi e nel compimento di una missione in cui portavano conforto a chi era in pericolo. Non si sentivano eroi e non lo erano». Eppure un destino cieco li aspettava sul monte Zec, nel comune di Fojnica, cantone di Sarajevo. Così, eroi, lo sono diventati loro malgrado. A loro – Marco Betti, Marco Rigliaco, Giuseppe Buttaglieri e Giuliano Velardi – per l’ostinazione e la tenacia di Rodolfo ‘Marò’ Betti è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare attribuita, dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. 

Ed è sul Monte Zec che, ieri mattina, i familiari di Betti, Rigliaco, Buttaglieri e Velardi sono tornati insieme con il comandante della 46ª aerobrigata, il generale Girolamo Iadicicco, l’ambasciatore italiano a Sarajevo, Nicola Minasi, il nunzio apostolico monsignor Luigi Pezzuto, e al generale serbo Dautovic, il colonnello Pietro D’Amico comandante del contingente italiano dell’Eurofor e all’addetto militare a Belgrado il colonnello Paolo Sfarra. Una cerimonia «piccola» ma significativa. «A distanza di 25 anni – ha detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti, attraverso la voce del generale Iadicicco – i loro nomi e il loro ricordo sono più vivi che mai nei nostri cuori e nella nostra memoria, incancellabile esempio di quella nobile tradizione di pace e solidarietà che anima da sempre i nostri militari, anche in teatri ostili e lontani».

«Un sacrificio pesante in termini di vite umane – ha sottolineato l’ambasciatore Minasi – ma non inutile. Oggi questo Paese, pur con difficoltà e qualche rigurgito ancora nazionalistico, sta guardando al proprio futuro in una visione europeista. E questo è anche il frutto del sacrificio umano di 25 anni fa». 

E, mentre un militare serbo suona il silenzio, Elisa, Giacomo, Antonio e Davide, sfiorano con la mano il monumento che ricorda i loro genitori. Una carezza, un abbraccio lieve sulla lastra di marmo con impressi i nomi del Lyra 34. E’ l’abbraccio che aspettavano la sera di quel maledetto 3 settembre se una mano criminale, nello sparare quei due missili terra-aria, non avesse spezzato la vita dei loro genitori e parte dei loro sogni di bambini. Ma oggi è il momento del ricordo, il tempo di tramandare un impegno umano che non è caduto invano. Il rombo dei motori invade la cabina del C27J pronto a decollare alla volta di Pisa, mentre gli occhi si chiudono per qualche secondo a immagazzinare nel cuore e nella memoria una giornata che resterà impressa per sempre nella loro mente. Ma anche dell’intera comunità pisana. Che non ha mai dimenticato e che continua a ricordare, per tramandare l’esempio di quei suoi «figli».