Pisa, 1 dicembre 2017 - Arrivò dall’ospedale di Massa alla Neonatologia di Pisa in condizioni respiratorie gravissime e morì l’11 ottobre 2011, dopo tre giorni dalla nascita, per aver inalato notevoli quantità di meconio (le prime feci del feto). Ma i genitori del piccolo, due commercianti versiliesi residenti a Pietrasanta, non si sono mai rassegnati a questo drammatico epilogo e un mese dopo, era il 15 novembre 2011, accusarono i medici dell’ospedale di Massa; il gip archiviò la loro posizione perché, in assenza di autopsia, non era possibile stabilirne eventuali responsabilità. Il teatro della vicenda si è così spostato a Pisa, dove ora sono rinviati a giudizio i medici che prestarono soccorso al neonato. Dovranno così rispondere di omissione di atti d’ufficio Antonio Boldrini, a quel tempo primario della Neonatologia di Pisa e da poche settimane in pensione, e Lucia D’Accavio, una delle dottoresse dell’equipe di medici che cercò di salvare la vita al piccolo.

Questa mattina sarà celebrata nel Tribunale di Pisa la prima udienza del processo e, davanti al giudice Fabbricatore, compariranno i testi portati dal pm Giovanni Porpora, fra i quali un altro medico dell’Ospedale di Pisa che non è fra gli imputati, e i testi dei genitori del bambino.

Gli imputati sono in sostanza accusati di non aver disposto sul neonato l’autopsia, esame necessario per accertare le cause e chiarire eventuali responsabilità mediche. Secondo i genitori, infatti, la gravidanza era andata avanti senza problemi e il piccolo era sanissimo. Ma qualcosa sarebbe andato storto durante il cesareo avvenuto all’ospedale di Massa al punto da causare, secondo i genitori, i gravi problemi respiratori che portarono poi al trasferimento del neonato nell’Ospedale di Pisa e alla sua morte. Secondo l’avvocato Patrizio Pugliese, difensore dei medici pisani, «le cause della morte sono già stabilite da fatti e sintomi oggettivi. Tutto era sin dall’inizio assolutamente chiaro e non c’era bisogno di alcun riscontro autoptico».