Pisa, 5 gennaio 2018 - Afferra gli oggetti con la mano sinistra, ne riconosce la consistenza e sa distinguere, al solo tatto e con gli occhi bendati, la loro composizione. Niente di eccezionale se non fosse che Almerina Mascarello, la prima italiana alla quale è stata impiantata una mano bionica, proprio quell’arto sinistro lo ha perso 25 anni fa dopo un incidente.

«Un incidente sul lavoro per la precisione, stavo lavorando in un laboratorio meccanico», ricorda la donna al telefono della sua abitazione di Montecchio Precalcino, una frazione della provincia di Vicenza, mentre prova a ripercorrere con la mente le tappe di questa straordinaria impresa scientifica che porta il nome di Pisa, Roma e Losanna.

Che cosa ha provato durante quei sei lunghi mesi di sperimentazione?

«Mi sono sentita finalmente completa. Banalissime azioni quotidiane, che facevo fatica soltanto a immaginare, sono diventate mera realtà. Aprire e chiudere la mano, portarmi un bicchier d’acqua alla bocca, prendere una mela o indossare delle semplici scarpe, come per magia, si sono tradotti in gesti possibili».

Qual è stata la sensazione più strana?

«All’inizio, subito dopo l’intervento chirurgico, mi è sembrato non accadesse niente. Dopo qualche tempo, anche con una benda di fronte agli occhi, ho cominciato a riconoscere la consistenza e la forma degli oggetti. Tondi, cilindrici, quadrati, ma anche superfici morbide o di una certa durezza: non mi sembrava possibile ma, solo con il semplice tatto, sapevo riconoscere gli oggetti. A quel punto sono stata investita da un forte entusiasmo, mi è sembrato che qualcuno mi avesse restituito la mia mano. È stato emozionante...».

Si è sentita una beneficiaria privilegiata?

«È stato certamente un percorso rivoluzionario (realizzato dal team di Silvestro Micera con gli ingegneri Cipriani, Oddo, Carpaneto, Mazzoni e Controzzi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dal Politecnico di Losanna e dal Policlinico Gemelli di Roma ndr), ma non sono mancati momenti di sconforto e di estrema difficoltà».

Chi o che cosa le ha dato la spinta a non arrendersi?

«Ho accettato la sfida per due motivi ben precisi: in primis l’ho fatto per i miei figli e per la mia famiglia che hanno saputo darmi la forza necessaria quando il percorso si è fatto più tortuoso e, in secondo luogo, ho voluto lanciare un messaggio a chi si trova nella mia stessa condizione».

Un esperimento che, dunque, contiene un messaggio non poi così implicito...

«Proprio così. Amputati, vittime di incidenti stradali o sul lavoro: proprio a loro ho pensato nei lunghi mesi a stretto contatto con medici, scienziati e ingegneri all’interno del campus capitolino. Il desiderio che non mi ha mai abbandonata è aiutare la scienza e il progresso tecnologico affinché questa straordinaria impresa possa un giorno diventare consueta normalità».

Quale sarà, adesso, il prossimo passo?

«Aspetto soltanto che arrivi il mese di maggio quando sarà pronta la mano bionica costruita appositamente per me. Solo allora potrò dire che la mia vita è completamente cambiata. Per adesso metabolizzo quello che è successo e mi faccio testimone di speranza e fiducia per tutti coloro che si trovano nella mia stessa identica situazione e che desiderano far qualcosa per rinascere».