Pisa, 29 novembre 2017 - "Gli scalpellini cercavano di fare meglio le guglie più alte, quelle rivolte all’indietro, che nessuno allora poteva vedere. È grazie a loro se oggi in Italia abbiamo queste bellezze". Ci torna in mente questa metafora, a cui ricorreva spesso l’economista Beniamino Andreatta, mentre affrontiamo gli ultimi pioli della scaletta in metallo che ci porta in cima alla cupola della Cattedrale. Un viaggio alla scoperta della meraviglia che si dischiude oltre gli affreschi che da sotto si possono ammirare, ma non con questa nitidezza. E sono i dettagli, come sempre, a fare la differenza. La mano degli artisti delle botteghe che oltre 900 anni fa hanno lavorato al Duomo di Pisa è straordinaria.

"Il paradiso con un dito", esclama la giovane restauratrice che con la mascherina sul volto e il pennello nella mano destra riporta al loro splendore i colori corrosi dal tempo (in particolare dalle infiltrazioni d’acqua). E, un po’, anche dal fumo delle candele accese dai fedeli in cerca di una grazia. Ma qui la grazia è quella degli artisti che quasi mille anni fa hanno lavorato senza stampanti 3D, computer e ogni altro supporto, compresi i ponteggi che oggi da terra salgono sino a qui in un condensato di tecnologia moderna. Con noi c’è l’ingegner Giuseppe Bentivoglio che qui, da quando è iniziato il cantiere, ormai più di due anni fa, è salito decine e decine di volte, ma che ogni volta – ammette – resta affascinato "come se fosse la prima".

Giù a terra, nella navata centrale, frotte di turisti continuano a susseguirsi dietro alle guide, ma qua sopra il tempo sembra fermarsi. Immaginiamo i fratelli Orazio e Girolamo Riminaldi sdraiti mentre, illuminati dalle lampade, lavorano sulla cupola. E’ tutta una questione di prospettiva. I volti, le mani e i corpi dei vari personaggi devono essere ben definiti affinché possano essere ammirati e guardati da chi si trova decine di metri più sotto. Nulla può essere lasciato al caso. Questione di dettagli, appunto. Di mano che scorre sicura lungo la parete. Ma non è facile. Tutt’altro. Ecco così si possono notare quelle modifiche, quei ritocchi apportati dagli artisti nel corso della realizzazione della loro opera. Ci sono i bozzetti e le prove di colore che da sotto non si noteranno mai e che qui si possono vedere solo ora che è stato issato il ponteggio per eseguire questi lavori straordinari di restauro. E tra nuvole, mantelli, barbe e capelli tutto è talmente nitido da sembrare reale. E la scoperta è proprio questa.

Quelli della cupola non sono affreschi, ma vere e proprie pitture a olio su muro. Una tecnica rarissima che Orazio Riminaldi quattro secoli fa scelse, perché appunto i colori sono più nitidi e perché consente di lavorare con più calma, come se fosse comodamente seduto, davanti a una tavola, nella sua bottega. E, invece, Orazio era sospeso a decine di metri in quella Cattedrale progettata da Buscheto e la cui costruzione iniziò nel 1063. E la visione che ne abbiamo ora è vertiginosa. Ma ne vale la pena.

Nono solo pitture e affreschi. A colpire sono anche gli intarsi in legno che costituiscono l’ossatura del soffitto a cassettoni dorati, così come lo splendore delle migliaia di tessere incastonate una con l’altra nel grande mosaico del Cristo Pantacreatore (miracolosamente sopravvissuto all’incendio del 1595) realizzato da Cimabue. Oggi da sotto è ricoperto dal grande telo che cela il cantiere anche se la sua riproduzione svetta davanti agli occhi del visitatore più disattento che crede di essere di fronte all’originale. Ma tant’è. Le maestranze interne e i tecnici scendono e salgono sui ponteggi che nel corso di questi due anni sono stati montati sette volte con il procedere dei lavori di restauro, ma adesso, alla vigilia del nuovo anno, quello dei festeggiamenti per i 900 anni della consacrazione della Cattedrale, i pisani e non solo si apprestano ad ammirare uno spettacolo d’arte restituito al suo originario splendore. Con il paradiso, davvero, a portata di mano. E, soprattutto, d’occhio.