Pisa, 29 aprile 2016 - Varcare quel cancello l’altra sera non è stato facile. E’ stato come entrare nel girone dei dannati. Anche per chi, per lavoro, con l’orrore umano ci si confronta ogni giorno. Ma a certe situazioni non ti abitui mai. Perché il corpicino senza vita di una bambina è sempre un calcio in pieno volto. Soprattutto quando è disteso a terra, in una stanza che di casa non ha neanche l’ombra. Poi, ti avvicini e l’orrore che ti si manifesta è ancora più grande di quello che puoi immaginare. Quando alzi la magliettina che avvolge quel corpo e noti quell’impronta della scarpa impressa sull’addome. Per un momento chiudi gli occhi. Ti viene naturale. E quando li riapri ti accorgi che è tutto il corpo ad essere martoriato. Ci sono segni inequivocabili, quelli che lasciano le fibbie della cintura. Datati e anche più recenti. Il vocabolario giuridico ti porta a scrivere «segni di percosse e maltrattamenti». Un abominio, sempre. Ancor di più quando sono perpetrati nei confronti di una bambina di soli tre anni. Segni che parlano, che raccontano l’incubo di una creatura indifesa. Speri sempre di aver visto male, di esserti sbagliato. Poi, però, arrivano le parole a confermarti quello che era un sospetto.
Così è successo mercoledì notte, quando i carabinieri della Compagnia di Pisa, guidati dalla capitana Cristina Spina e dal capitano Michele Cataneo del nucleo investigativo, hanno iniziato ad ascoltare la mamma di quella bambina. Benché sotto choc, ad un certo punto capisce che l’incubo è terminato. Non ci sono più scuse. E, allora, davanti al pm Giancarlo Dominijanni, e al comandante provinciale del carabinieri Andrea Brancadoro, inizia a raccontare di questo amore malato. Un amore nato per caso, su una chat, più o meno un anno fa. Il racconto di Francisca è una carrellata infernale di violenze e di abusi. Le ultime subite proprio nel pomeriggio di mercoledì. Prima lei, poi la sua Samantha. Tra le lacrime emerge un quadro di miseria e di disperazione. «Sette, otto mesi fa – sussurra la donna nata 30 anni fa nella Repubblica Dominicana – ho provato a tornare in Liguria da mio marito a cui è rimasto l’altro mio figlio, ma non mi ha voluto. Non sapevo più che fare e così sono ritornata qui, da Tonino». 
Nell’inferno di una baracca in cui mancava anche l’elettricità e il bagno era all’esterno. Tra rimasugli di ferro che Tonino prendeva chissà dove e chissà come. «Sono tornata qui, anche se lui spesso alzava le mani su di me e su la mia Samantha, come quando al mare, l’estate scorsa, le infilava, di forza, la sabbia in bocca». E’ un calvario di disperazione e miseria. Il quadro che ne emerge altro non è che la conferma di quanto i soccorritori (i primi ad entrare allarmati dalla telefonata disperata della donna: «mia figlia è immobile, priva di vita») e gli investigatori hanno visto subito. 
Lui, intanto, Tonino Krstic, 33 anni, seduto in una stanza della caserma dei carabinieri di Marina prova ad allontanare da sé i sospetti. «Non ho fatto nulla», continua a ripetere come un mantra. «Si è sentita male – spiega – non so cosa sia potuto accadere. La bambina era malata, aveva la febbre». Una litania che, però, non regge. Non convince nessuno. Poi quelle parole della donna lo incastrano definitivamente e per lui scattano le manette con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e minacce. Adesso sarà l’autopsia - che sarà eseguita questa mattina dal professor Alessandro Bassi Luciani - a dirimere gli ultimi dubbi e a far cambiare eventualmente la scena in un omicidio. Preterintenzionale o meno a questo punto importa poco, solo a quantificare la pena. Il dramma è che Samantha non c’è più. E forse, a guardar bene, è già da tempo che è morta. Senza mai poter sorridere, spensierata e felice, come devono essere i bambini di tre anni.