Pisa, 9 ottobre 2013 - Appassionato di calcio ma anche poeta. E se rivedere Rivera, Maradona e Pelè lo fa ancora urlare dalla gioia o dalla disperazione, Dante, Leopardi e Sakespheare lo commuovono fino alle lacrime.

Docente di Filosofia teoretica all'Università di Bari, Valerio Meattini è maremmano d'origine e pisano di adozione. Con un 'vizietto'. Gli piace scrivere in versi e, come dimostrano i due libri pubblicati, "Sub Rosa" "Non hanno tempo i giorni", lo fa con competenza, gioia e capacità.

Ma ai tempi del virtuale e della comunicazione istantanea, non è un po' desueto fare il poeta? "Diciamo che è un lusso avere il tempo di ascoltarsi", risponde. "Perché la poesia serve a guardarsi dentro e a guardarsi intorno. In un'epoca chiassosa come la nostra e di grande conformismo, la poesia serve ancora a conoscersi".

-Professor Meattini, cos' è la poesia?
"Musica"

-Ma cosa aiuta di più a vivere, la poesia o i soldi?
"Bisogna essere concreti e ovviamente senza soldi non si può vivere. Semmai ci dobbiamo domandare qual è il limite oltre il quale non si può affrontare la vita di tutti i giorni. A me di soldi ne bastano pochi e mi sentirei davvero povero se fossi arido di pensieri e parole"

-Lei è un professore ordinario di filosofia in un'università italiana. Si sente più filosofo o più poeta?
"I miei amici mi chiamano 'il poeta'. Io dico che filosofia e poesia corrispondono a due modi diversi di guardare la realtà e ovviamente a due diversi aspetti della mia personalità. D'altra parte la filosofia è diventata estremamente tecnica e nelle sue tecniche spesso si esaurisce. L'avanzamento di scienze nuove limano sempre di più terreno a un pensiero che non sia disciplinato dalla specializzazione. La poesia, invece, restituisce l'illusione e la freschezza delle cose che sorgono all'alba".

-La poesia regala più domande o più risposte?
"La poesia è un'attesa e una sorpresa. La filosofia, invece, è un'attività che non esiste senza che ci siano domande. E cerca delle risposte"

- Da piccolo voleva diventare Leopardi?
"No, volevo essere Walter Bonatti, alpinista e esploratore. Poi tutta l'energia compressa che c'era in me l'ho usata per studiare e guadagnarmi il pane. Così sono diventato professore..."

-Docente in Italia: più gioie o più dolori?
"Moltissime gioie perché insegnare è una cosa che mi piace. Dolori? Non saprei. Semmai un velo di tristezza per l'inadeguatezza del nostro sistema ad affrontare oggi l'azione educativa. Non è l'insegnamento dei concetti che manca: quello c'è sempre, come prima. Ma se non riusciamo ad intercettare l' 'anima' dei nostri ragazzi, allora non siamo in grado di educare veramente".

- E qui il poeta si unisce al filosofo: qual è il primo insegnamento che da ai suoi allievi?
"Altezza degli intenti; modestia dei comportamenti".

 

di Valeria Caldelli