I sei familiari del ragazzo — a seconda delle loro differenziate posizioni — dovranno rispondere di violenza sessuale di gruppo, riduzione in schiavitù e tratta di persone
Pisa, 20 febbraio 2012 - Comincia oggi, davanti alla Corte di Assise di Pisa, il processo a carico di genitori, zii e nonni del sedicenne del «baby marito» del campo nomadi di Coltano, tutti rinviati a giudizio per decisione del giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Firenze Silvia Cipriani che aveva accolto la richiesta formulata in questo senso dal sostituto procuratore della Repubblica Angela Pietroiusti.
I sei familiari del ragazzo — a seconda delle loro differenziate posizioni — dovranno rispondere di violenza sessuale di gruppo, riduzione in schiavitù e tratta di persone. A difenderli c’è un collegio di legali composto dagli avvocati Nicola Giribaldi, Marco Meoli, Tiziana Mannocci, Caterina Baroni, Giuseppe Cutellé, Nazario Urbano e Luca Cianferoni. Il caso giudiziario è quello della «sposa bambina», la ragazzina kosovara che nell’agosto 2010 aveva raccontato di essere stata sequestrata nel suo Paese, costretta a sposare un suo coetaneo, violentata e tenuta segregata per cento giorni al campo nomadi di Coltano.
Il 31 gennaio scorso, per iniziativa del Comune e della Società della Salute, è stato eseguito lo sfratto dalla villetta assegnata a suo tempo alla famiglia del baby sposo nel nuovo villaggio adiacente al campo di Coltano.
«Chi non rispetta le regole non può rientrare nei progetti di inclusione», ha più volte ripetuto l’assessore al sociale, Maria Paola Ciccone. Una decisione, quella dello sfratto, duramente contestata da Africa Insieme che ha attaccato il Pd «il quale condanna le persone prima ancora che venga emessa una sentenza, calpestando cioè il principio della presunzione di innocenza».