Una notte di luglio del 1859 nacque La Nazione, il quotidiano più antico dell’Italia moderna. Ricasoli, uomo d’azione, non perse tempo: la notte del 13 luglio convocò in fretta i futuri 'soci' dell’avventura, nominò un direttore, scelse lo stampatore e così iniziò la storia ricca di fascino de 'La Nazione'
Firenze, 8 gennaio 2009 - Canapone, l’ultimo Granduca straniero, se n’era andato da Firenze con la sua carrozza da due mesi e mezzo. C’era un governo provvisorio, in Toscana: a presiederlo, Bettino Ricasoli. Il 'Barone di Ferro', mazziniano di destra, era animato da una convinzione profonda: l’Italia doveva essere unita. Un’idea da diffondere tra i patrioti e il popolo: a Ricasoli serviva uno strumento. Un giornale. Fu così che una notte di luglio del 1859 nacque La Nazione, il quotidiano più antico dell’Italia moderna. Ricasoli, uomo d’azione, non perse tempo, perché la fine della Seconda Guerra di Indipendenza pareva allontanare la meta, disperdere il disegno.
La notte del 13 luglio convocò in fretta i futuri 'soci' dell’avventura, nominò un direttore, scelse lo stampatore: il giorno dopo doveva uscire la prima edizione, il 'numero zero'. Per cinque giorni il quotidiano uscì in un semplice 'mezzo foglio' realizzato grazie all’entusiasmo di un pugno di redattori e tipografi volontari e improvvisati. Poi, il 19 luglio, sarebbe uscito il primo numero vero. Eloquente il sottotitolo, 'giornale politico quotidiano'. Eloquente lo scudo sabaudo a sovrastare la testata, che Bettino Ricasoli volle pubblicato da settembre 1859 fino a tutto il 1860, come a non lasciare dubbi sul suo programma.
Una storia che nasce ricca di fascino, quella de La Nazione. E nel fascino della Storia e di mille e mille storie quotidiane continua per un secolo e mezzo, in una lunga galoppata attraverso guerre e grandi crisi mondiali, cataclismi e mutamenti epocali, imprese sportive e grandi scoperte scientifiche. Ma soprattutto attraverso la cronaca del giorno dopo giorno, una lente attenta a capire e raccontare ai lettori le vicende dei Palazzi come le storie della gente comune. Una linea che, pur nella evoluzione delle tecnologie di stampa, del costume sociale, della professione del giornalista, non sarebbe mai cambiata, pur nell’alternarsi di cinque editori alla guida dell’azienda prima dell’avvento del Cavaliere del lavoro Attilio Monti e, alla sua morte, della famiglia Monti Riffeser. Non sarebbe cambiata, la linea del giornale, neppure con il mutare delle sedi, fino all’ultima, l’attuale di via Paolieri, inaugurata il 24 giugno 1966: grande attenzione ai problemi sociali, capacità di ritrovare sempre lo spirito delle origini nelle grandi emergenze, nelle fasi più buie e nei momenti di crescita e di maggiore tensione della storia d’Italia degli ultimi 150 anni.
Tante le grandi firme passate dalle colonne de La Nazione, da Alexandre Dumas inviato speciale al seguito dei Mille a Maraini, da Collodi a Spadolini, da Carducci a Pratolini, da Prezzolini a Oriana Fallaci, da Papini a Mario Luzi, da Dino Campana a Barbiellini Amidei. Una eredità prestigiosa, raccolta dai giornalisti che oggi lavorano nella redazione centrale e nelle 17 redazioni locali: presenza attenta e capillare di un giornale, La Nazione, che con gli altri due giornali del gruppo Monti Riffeser, Il Resto del Carlino e Il Giorno fa parte della Poligrafici Editoriale, al terzo posto tra i gruppi editoriali italiani. Un giornale in continua evoluzione: il passaggio al formato tabloid e al processo di stampa full color sono le più recenti risposte alle esigenze del mercato, e soprattutto dei lettori.