Monsummano, 17 luglio 2017 - UNA CERIMONIA impeccabile. Ogni dettaglio curato nei particolari, dalla coreografia al buffet finale dove il rigore era massimo e dove perfino i pochi bambini presenti affamati e assetati dopo ore di attesa per il rito ufficiale sono stati tenuti lontani dalla torta al cioccolato prima che tutte le autorità religiose politiche e militari non fossero rientrate dal corteo per il rinfresco. Si è svolta nel pieno rispetto della coreografia religiosa, come la storia insegna, sabato sera a Cintolese la cerimonia per la posa della prima pietra della nuova chiesa che sarà intitolata a San Massimiliano Kolbe. Un evento atteso da tutta la comunità di 6000 anime ed ancor di più dal nuovo parroco Don Francesco Gaddini, dal sindaco Rinaldo Vanni e dall’imprenditrice Giovanna Pazzini sui cui ex terreni sorgerà il nuovo tempio cristiano.

CENTINAIA le persone che si sono riversate in piazza ed in chiesa dove erano presenti gli onorevoli e molti politici locali, quattro compagnie religiose, la banda, alcuni bambini della prima comunione e immancabili la Cmsa, che costruirà la chiesa e gli architetti progettisti. «Stasera celebriamo – ha detto il vescovo Roberto Filippini – una chiesa che sarà di tutti, anche dei non fedeli e soprattutto stasera si celebra un’idea già a suo tempo seguita da monsignor vescovo Giovanni De Vivo che mi ha preceduto». Poi la processione fino al cantiere.

«SULLA VECCHIA chiesa di Cintolese – ha detto il sindaco Rinaldo Vanni – si è costruita una comunità. Stasera voglio ringraziare l’amministrazione ed il consiglio comunale precedenti e la volontà dell’imprenditrice Giovanna Pazzini non solo per aver lavorato per questo progetto ma per averci messo il cuore. Perchè senza il cuore le cose non nascono e Dio solo sa quanto c’è bisogno di comunità a questi giorni».

Sulla prima pietra di apricena che è stata poi posizionata dagli operai del cantiere, vi è stato scritto dal salmo 126 «Se il Signore non costruisce la casa, invano faticheranno i costruttori» a ricordare che la chiesa, come ha accennato l’architetto Rossi Prodi «è fatta di pietre vive, che sono le persone» e, a chiusura della cerimonia prima del rientro, Don Francesco Gaddini ha voluto salutare tutti i presenti e sottolineare che «Questa non è la cheisa di Don Francesco o del Vescovo Filippini, ma sarà la chiesa di tutti».