Carrara, 2 luglio 2014 - Cave: oggi si torna al lavoro. Circa 500 lavoratori di cave (molte), laboratori e segherie (poche, pochissime) si sono radunati sotto il Comune per chiedere di fermare subito l’iter per l’adozione del nuovo piano paesaggistico regionale di cui il consiglio regionale ha discusso ieri fino a tarda sera, rinviando poi la conclusione dei lavori a stamani. Per una volta dipendenti e datori di lavoro erano fianco a fianco uniti per fermare una norma che — a loro parere — se approvata rischierebbe di cambiare in maniera definitiva l’intero modo in cui conosciamo le cave.

Contro ‘l’invasore fiorentino’ si è così cementato un fronte comune tra cavatori e ‘padroni’ su cui però qualche maligno non ha tardato a storcere il naso visto che, contrariamente a quanto avviene per un qualsiasi sciopero, i primi mentre alzavano la voce e protestavano venivano regolarmente pagati dai secondi come per una qualsiasi giornata passata a spaccare pietre al monte.

NONOSTANTE il clima teso e la forte preoccupazione che si poteva leggere sui volti di molti di coloro che ieri erano in piazza, la manifestazione si è svolta comunque in maniera assolutamente tranquilla prima in piazza II Giugno, poi all’interno della sala di rappresentanza dove sono intervenuti il presidente di Assindustria Giuseppe Baccioli, la numero uno di Legacoop Chiara Grassi, il presidente di Coop Gioia, Anselmo Ricci e tanti altri lavoratori. «Siamo molto preoccupati per il nostro futuro — spiegavano ieri in piazza un gruppo di lavoratori del bacino di Fantiscritti —. Grazie a questo nuovo piano le ripercussioni per il nostro lavoro potrebbero essere tante e già nell’immediato. C’è il rischio della chiusura di molte cave e la conseguente perdita di posti di lavoro. Per fare un esempio — continuano — con queste norme non potremmo più intervenire neppure per mettere in sicurezza sopra una certa altezza e quindi dovremmo o spostarci a scavare un po’ più in là, oppure chiudere la cava». Chiamano invece direttamente in causa la Regione alcuni ‘big’ del nostro marmo. «Dopo questa mobilitazione — spiega Alessandro Caro — ci aspettiamo che Firenze non metta subito in adozione il piano, ma lo rinvii al prossimo 15 luglio. In questo modo anche noi avremmo il modo di ragionare e corregere le cose che non vanno. Proprio non capisco tutta questa fretta di concludere senza sentire le parti in causa». «Tutto il problema — aggiunge Gino Mazzi — è sulla premessa stessa di questo piano. Bisogna capire che le cave non sono un disastro per questo territorio, ma un valore. Tutte le Apuane sono fortemente antopizzate e di questo non ne possono fare a meno». Molto amareggiato, infine, anche il commento di Franco Barattini. «Per quanto mi riguarda — dice il numero uno dei laboratori Michelangelo — le cave sono già chiuse. Se mi dicono che noi che lavoriamo il marmo siamo dei mascalzoni e dei delinquenti, allora tanto vale che non si riapra nemmeno». Intanto sulla questione si intrecciano le valutazioni.

«IL PIANO paesaggistico è un’assicurazione sulla vita per le cave. Non riesco a capire certe proteste». Il vicesindaco ed assessore al Marmo Andrea Vannucci striglia gli industriali del monte che ieri sono scesi in piazza per manifestare contro la nuova norma regionale. «Dopo l’adozione ci saranno sei mesi per presentare le osservazioni e ci sarà tutto il tempo per discuterne — ricorda Vannucci —. E’ diverso però se si vuole bloccare tutto, certe proteste sono davvero difficili da comprendere, se gli industriali hanno dei motivi seri allora ce li dicano. Quello che bisogna capire è che per andare avnti le cave devono lavorare in maniera compatibile con il paesaggio». Vannucci sottolinea poi, come fatto più volte anche dallo stesso assessore Anna Marson, l’importanza di come nel nuovo piano regionale siano state inserite anche precise norme sull’occupazione e la lavorazione in loco. «Viene detto che da qui al 2020 tutte le nuove cave che apriranno dovranno presentare una valutazione di sostenibilità che prevede la lavorazione di almeno il 50% dell’escavato sul nostro territorio — spiega Vannucci —. Si tratta di un passaggio molto importante che, personalmente, mi piacerebbe fosse estesa anche alle altre cave».

TRA I SOSTENITORI dell’importanza di norme più stringenti per le Apuane si inseriscono poi, anche se con toni diversi, anche Sinistra anticapitalista e le Rete dei comitati per la difesa del territorio. I primi in particolar modo non risparmiano duri attacchi all’amministrazione fiorentina. «La Regione — dicono da Sinistra anticapitalista — sta facendo a pezzi ogni strumento normativo utile per valorizzare il marmo e proteggere le Apuane, è questo il caso del piano paesaggistico che finisce con riconfermare che il Parco è un parco delle attività estrattive e non un parco naturale. Finiscono così — continuano — con diventare foglie di fico il lavoro e le buone intenzioni dell’assessore Marson e le dichiarazioni del presidente Rossi; i fatti sono incontestabili e tutti dovrebbero prenderne atto». Molti accesi anche i toni della Rete dei comitati. «Ci auguriamo — spiega il presidente Mauro Chessa — che i membri del consiglio regionale non si facciano influenzare da certi atteggiamenti, la questione apuana è questione di civiltà. Il valore di quelle montagne uniche al mondo, lo hanno compreso fin dal 1985 i cittadini, che con una legge di iniziativa popolare ottennero l’istituzione del Parco delle Apuane, poi purtroppo divenuto ostaggio dei cavatori. Lo ha compreso l’Unesco che ha inserito il Parco nella rete mondiale dei geoparchi. Lo hanno compreso le oltre 100mila persone che in pochissimi giorni hanno sottoscritto la petizione ‘24 ore per fermare la distruzione delle Apuane’. Lo ha compreso la giunta della Regione nel gennaio scorso ha approvato il Piano Paesaggistico nella prima formulazione. Lo hanno compreso gli intellettuali, gli studiosi, le personalità che hanno preso posizione, come tra gli altri Tomaso Montanari e Mauro Corona. Ricordino i consiglieri — conclude Chessa — che le Apuane oggi non si vedono solo dalla Versilia, si vedono dal mondo intero».