Carrara, 13 aprile 2017 - «Non mi pento. Lo maledirò all’infinito». Queste le parole di Roberto Vignozzi, il killer del maresciallo Antonio Taibi, che emergono da una delle intercettazioni ambientali del carcere di Solliciano, registrate tra l’11 febbraio e il 19 marzo 2016, mentre è a colloquio con la moglie, lette in corte d’assise dal carabiniere Ciro Mitola, durante l’udienza presieduta dal giudice Giovanni Sgambati. Presente al processo anche la moglie del 47enne maresciallo, Maria Vittoria Mari. Vignozzi si riferisce, secondo la tesi portata avanti dal pm Alberto Dello Iacono, all’omicidio del militare avvenuto la mattina del 27 gennaio 2016 nel pianerottolo della sua abitazione in via Monterosso. Secondo il pm, forte delle registrazioni, il pentimento dell’ex postino non c’è stato. In quel colloquio, la moglie informa Vignozzi dell’arresto del figlio Riccardo che era in libertà vigilata, avvenuto pochi giorni prima: il giovane era stato fermato dai carabinieri su un treno regionale proveniente da Pisa, dopo esser entrato in possesso di stupefacenti. Poco prima di aver proferito quelle parole all’indirizzo di Taibi, il 73enne commenta così l’arresto del figlio e rivolge le sue attenzioni al maggiore Tiziano Marchi, che ha coordinato le operazioni che hanno fatto scattare le manette ai danni del figlio, il quale, per non farsi trovare con le prove addosso, tentò di ingerire l’eroina presa poco prima dal marocchino, e successivamente morse la mano del tenente Rosa Sciarrone: «Ho imparato come si fa, uno è poco (riferendosi al Taibi, ndr). Io non parlo, può darsi che quel maggiore faccia un salto come un grillo». La moglie tenta di dissuaderlo. Sempre nelle intercettazioni estrapolate dal fascicolo e lette da Mitola proseguono le parole rivolte da Vignozzi, secondo l’accusa, ai carabinieri. «Faccio alcuni giri telefonici, con i contatti che ho qua... da ammazzarli tutti». Di diverso avviso la tesi del legale difensore del 73enne, En rico Di Martino, il quale ha tentato di smontare quanto portato avanti dal pm, proprio con le sue stesse armi. Facendo riferimento a un’altra intercettazione ambientale, sempre avvenuta in carcere, questa volta il Vignozzi, a colloquio con la moglie e il figlio Alessandro, sembra essersi pentito. I familiari dicono che la famiglia di Taibi era seria e che i due figli sembravano bravi ragazzi. Lui commenta: «Lo so, mi spiace». All’udienza, sentito come teste, lo stesso maggiore oggetto di interesse di Vignozzi: «Quel maggiore che dice, sarei io» ha detto rivolgendosi all’imputato. Al termine dell’udienza l’ex postino a chiesto di parlare (sarà ascoltato il 16 luglio alle 9): «Non si spaventi, come salto io intendevo una promozione»