Carrara, 6 febbraio 2018 - I beni estimati sono privati. Il tribunale ordinario ha emesso ieri la sentenza che di fatto dà ragione alle imprese e sancisce la natura privata di quella parte dei bacini che il Comune vorrebbe assimilare agli agri marmiferi e quindi ai beni indisponibili della collettività. Una sentenza del giudice Paolo Puzone, cui si è rivolto un pool di 24 aziende, che in 18 pagine ripercorre il travagliato iter che vede imprese e Comune ai ferri corti per la proprietà delle cave. Il magistrato stabilisce che i beni estimati sono privati da sempre, prima ancora che Maria Teresa d’Este nel 1851 facesse ordine e sancisse con un editto quello che era uno stato di fatto. Quindi Puzone fa riferimento agli atti di compravendita che già nel ’700 stabilivano la proprietà dei bacini, proprietà messa nero su bianco oltre che dai contratti dal tanto discusso editto. Fra gli argomenti di prova che hanno convinto il magistrato anche il regolamento comunale degli agri marmiferi che proprio nel 1994 escludeva i beni estimati dalla disciplina «in quanto non facenti parte del patrimonio del Comune». Inoltre vengono elencati argomenti extraprocessuali come le condotte del Comune nei confronti dei proprietari di cava, ritenuti da sempre a tutti gli effetti esonerati da canoni di concessione, oltre agli innumerevoli atti notarili, di compravendita e contratti di affitto che nel corso dei secoli non hanno fatto altro che ribadire la natura privata di tali cave. Infine Puzone fa riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale del 2016 che «investita della questione di legittimità della legge regionale» parla «di plurisecolari inefficienze delle amministrazioni comunali tanto che nel diritto vivente i beni estimati non sono trattati come terreni pubblici, facendo proprio riferimento a quel regolamento che nel 1994 divise precisamente gli agri dai beni estimati». Soddisfatte le aziende e con esse il pool di legali che ha partecipato al primo successo. «Questa sentenza è un passaggio importante – spiega l’avvocato Riccardo Diamanti a nome dei colleghi che hanno assistito le imprese – perché valorizza il diritto vivente e prende le mosse anche dal passato stabilendo che in due secoli e mezzo la direzione è sempre stata una sola, sancita da editti, regolamenti, normative e atti di compravendita». I ricorsi presentati in tribunale sono stati raggruppati tutti sotto un unico fasciscolo e riguarda le seguenti aziende: Omya, Cave statuario, escavazione polvaccio, Bettogli marmi, Marmi carrara, Società apuana marmi Sam, Cooperativa cavatori Canalgrande, Gualtiero Corsi, Marmi Carrara Gioia, Marmi Carrara Canalgrande, Marmi Lorano, La Facciata, Fantiscritti marmi, Guglielmo Vennai, Caro e Colombi, Cremo marmi, successori Adolfo Corsi, Seie srl, Alessandro Corsi, Dante e Massimo Conserva, Tonini cave Fantiscritti, Ingra, Marbo srl, Calocara Crestola, Figaia cave spa, Gemignani e Vanelli marmi, Ivrea Giuseppina Manrico Franco Gemignani, Carlo e Iacopo Vanelli, Giuliana Ceccatelli.


«Un bel regalo di compleanno» Amareggiato, ma non sgomento il sindaco Francesco De Pasquale annuncia il ricorso in appello dove confida in un risultato migliore. «La battaglia va avanti indubbiamente: il comportamento delle precedenti amministrazioni non ci ha certo aiutato. Dalla Fazzi Contigli in poi i beni estimati sono sempre stati riconosciuti come proprietà privata. Non a caso la Corte Costituzionale parla di secolari inefficienze».

Sindaco, perché nel frattempo non provvede a quel famoso atto del consiglio che a più riprese reclamava dalla precedente amministrazione?

«Sono ancora convinto che basti un nostro atto. Finora ho aspettato la Regione che attuasse il regolamento per allinearmi sui processi autorizzativi e sui piani attuativi, ma per la proprietà sarà il Comune a stabilire cosa è suo».

Però i beni estimati non compaiono nemmeno nelle linee programmatiche...

«Non compaiono perché per me agri marmiferi sono tutte le cave. Dal latino ager è campo in cui si coltiva e anche nei beni estimati si estrae marmo, non certo cipolle. Lo statuto del ’92 parla chiaro e dice che tutti i bacini sono bene indisponibile, poi il regolamento del ’94 crea confusione. La sentenza di Massa non poteva essere diversa, dal momento che il tribunale non può contraddire se stesso dopo secoli di compra vendita e di atti. Non per niente la Corte Costituzionale parla di plurisecolari inefficienze».

Quindi quali saranno le sue prossime mosse?

«Sul piano giuridico faremo ricorso, per quanto mi riguarda vareremo al più presto il regolamento per far capire alla Corte Costituzionale, alla Regione, al Governo, al garante per la concorrenza che è nostra intenzione rimediare alle plurisecolari inefficienze. Visti i ritardi della Regione faremo il regolamento da soli. Se su concessioni e piani attuativi sarebbe stato meglio attendere Firenze, sulle concessioni la Regione non ha niente da dirci. Se poi servirà una delibera del consiglio sono pronto a ragionarci. Anzi la proporrò proprio alla prossima riunione dei capigruppo per un documento congiunto».

Pensa che si potrà arrivare a un esproprio?

«Non si tratta di esproprio, ma di recuperare ciò che è della collettività»