Lucca, 14 luglio 2017 - Aperto ieri mattina davanti al giudice Stefano Billet e subito rinviato per un vizio formale (la mancata notifica a uno dei tre imputati) il processo per il clamoroso caso del rene sano asportato per errore al San Luca nell’aprile dello scorso anno a Guido Dal Porto, l’imprenditore 57enne di San Ginese. Udienza aggiornata al 12 ottobre, con altre date calendarizzate all’11 e 25 gennaio e 8 febbraio 2018. Alla sbarra per lesioni personali gravissime, aggravate da colpa medica, come richiesto dal pm Elena Leone, dovranno comparire l’urologo lucchese Stefano Torcigliani, che eseguì l’operazione, l’aiuto chirurgo Giuseppe Silvestri, di Pescia, e la radiologa lucchese Claudia Gianni, ieri assenti. Guido Dal Porto, che si è intanto costituito parte civile con l’avvocato Veronica Nelli, si racconta in questa intervista.

«Come si vive con appena mezzo rene sano? Sto così, in bilico, da quindici mesi e c’è chi mi dice pure che sono fortunato. Fortunato ad essere ancora vivo, forse. Perché sto vivendo un incubo quotidiano. La notte non dormo, penso sempre a questa spada di Damocle che ho sulla testa. A quel tumore che potrebbe tornare ad aggredirmi e al fatto che il rene sano me l’hanno tolto per errore al San Luca».
Niente dialisi, vero?
«Per ora no, grazie anche alla bravura del dottor Massimo Cecchi che mi ha operato un anno fa all’ospedale Versilia, riuscendo a salvare parte del rene malato. Sono contento che ora sia primario a Lucca, lo merita, è il top. Purtroppo il rischio dialisi per me è sempre dietro l’angolo, come il rischio di complicazioni su altri fronti».
Una vita «sospesa», la sua.
«Proprio così. Ogni giorno non do niente per scontato. E’ un brutto film che si ripete ogni giorno. Ieri ad esempio ho avuto l’esito incoraggiante dell’esame citologico, ma ogni volta è un tuffo al cuore. Nel frattempo lo stress mi ha causato anche il diabete insulinico».
Deve effettuare molti controlli?
«Sì, ho un programma di esami e visite mediche molto fitto. Non nascondo che è un’angoscia continua. E tra l’altro, dovendo andare da specialisti o comunque da medici di cui mi fido, pago praticamente tutto di tasca mia».
Ma ancora non ha ricevuto un risarcimento anche parziale dall’Asl?
«No, niente. A quindici mesi di distanza non ho ancora avuto un euro e per la verità neppure una proposta ufficiale di risarcimento da parte dell’Asl. Non vorrei che cercassero di prendere tempo per abbassare le cifre... Non che i soldi mi possano restituire la salute, ma io devo pensare soprattutto alla mia famiglia».
Ha avuto almeno telefonate o lettere di scuse in tutto questo tempo?
«No. Niente. Né dai medici coinvolti né dall’Asl. E pensare che quando piombarono a casa mia per comunicarmi il disastro che avevano combinato, nell’aprile 2016, mi garantirono che si sarebbero messi tutti a mia disposizione. E’ durato poco...».
Poi c’è l’altro versante difficile, quello della sua vicenda giudiziaria.
«Sì, anche qui sono... sospeso. Sono ancora in regime di detenzione domiciliare, con autorizzazione a uscire tra le 9 e le 12 e tra le 15 e le 17, nei comuni di Capannori, Porcari e Lucca. Per dire, non posso neppure andare qualche ora al mare. Ho chiesto l’allargamento dell’orario».
E la domanda di Grazia?
«Il mio avvocato Veronica Nelli l’ha inoltrata e credo che stia seguendo l’iter previsto. Certo io non sono Dell’Utri, chissà. Probabilmente resterò così fino all’agosto 2018. La giustizia ha tempi strani. Con me in due anni ci sono stati tre gradi di giudizio. E sono finito in carcere».
Un’esperienza dura, ma anche paradossalmente positiva, l’aveva definita.
«Vero. Sul piano umano ho conosciuto persone speciali, che mi sono state vicine davvero. E proprio al San Giorgio mi hanno scoperto il tumore al rene un anno e mezzo fa. Oggi sono passato a salutare e abbracciare le educatrici, che insieme al dottor Luca Ricci mi sono rimaste nel cuore».
Cosa la amareggia di più in questo momento?
«Il fatto che lo Stato abbia due pesi e due misure. Per togliermi la libertà, per farmi pagare i miei sbagli, che riconosco, è stato veloce ed efficiente. Per pagare il debito che ha con me per i gravi danni alla mia salute, invece, fa finta di nulla. E questa è la cosa peggiore. ma io non mollo. E ormai ho poco da perdere...».