Lucca, 6 dicembre 2017 - Ha distratto 66mila euro dai conti della «Montaggi Is srl», la sua azienda di Guamo vittima della crisi nel 2008 e dichiarata fallita nel 2010. Ma l’imprenditore, 53 anni, non si è intascato quei soldi come sono soliti fare alcuni impresari imbroglioni una volta vista la mala parata. Lui voleva utilizzare quei fondi per aprire una nuova società, attiva nello stesso campo dell’azienda ormai sull’orlo del baratro, per continuare a dare lavoro ai suoi dipendenti, una ventina di addetti in totale.

Un disperato tentativo di salvare l’attività e di salvaguardare il futuro occupazionale dei lavoratori; un gesto nobile che purtroppo si è invece ritorto contro l’imprenditore, condannato ieri a due anni (pena sospesa) dai giudici del collegio presieduto da Gerardo Boragine per bancarotta fraudolenta, mentre l’imputato è stato assolto per il reato di bancarotta secondaria impropria. L’uomo, durante il processo, ha raccontato delle notevoli difficoltà attraversate dalla sua impresa di montaggio e installazione di macchinari per cartiere, travolta dalla crisi a partire dal 2008.

Problemi tali da costringere l’imprenditore e la sua famiglia a pesanti rinunce. Una storia commovente, ma anche un esempio di grande dignità. L’impresario anziché pensare al proprio benessere ha cercato di garantire il posto di lavoro ai propri dipendenti, finendo però con l’oltrepassare i limiti imposti dalla legge. Non sapendo dove trovare le risorse economiche necessarie per aprire una nuovà attività «ripulita» dai debiti e in grado di tirare avanti, è andato a pescarle dalla ditta in odor di fallimento. E alla fine la giustizia gli ha presentato un amaro conto da pagare.