Lucca, 4 febbraio 2018 - C'è qualcosa di (ancora) invisibile che corrode la spina dorsale di una città, un tempo sana e che oggi, diciamo così, mostra qualche acciacco. Cattiverie assortite, un linguaggio (social) aspro e crudo, la politica che diventa muscolarità e veleno. E ora pure gesti di violenza.

Far di tutt’erba un fascio, sia chiaro, sarebbe un errore colossale – o se non altro un assist al populismo che già da solo vanta uno score invidiabile – ma chiudere gli occhi e girare la testa dall’altra parte forse sarebbe ancor più grave. I due incendi di natura dolosa, per cui è stato arrestato Mauro Rossetti Busa, anarchico lucchese con numerosi precedenti di natura politica nel curriculum, fanno correre un brivido lungo la schiena. Nessuno, per fortuna, si è fatto male. Già, ma i fatti restano. Flash da un passato che ritorna? Una banale (doppia) follia? Oppure il sintomo di un tessuto sociale che scricchiola? Ne parliamo con lo storico e saggista Alessandro Bedini.

Professore, ha visto quello che è successo a Lucca? Un episodio isolato o qualcosa di più?

«Mah, visti i precedenti dell’uomo direi che in questo caso si tratta di una scheggia impazzita. E’ anche vero però che non lo si può affermare con certezza».

In che senso?

«Nella vasta gamma del pensiero anarchico ci sono molte anime. Ci sono i non violenti che si contrappongono storicamente all’ordine costituito, un po’ come faceva Bakunin. Poi ci sono gli insurrezionalisti che agiscono sia individualmente, sia in gruppi organizzati come avvenne in occasione degli scontri durante il G7 a Lucca».

In quel caso, però, molti dei protagonisti dei disordini venivano da fuori città. Firenze, Pisa, Viareggio...

«No, no. C’erano anche dei giovani lucchesi, lo so per certo»

Quindi anche nella placida Lucca c’è un certo humus anarchico?

«Non direi proprio così. Diciamo piuttosto che, come altrove, ci sono delle nicchie di estremismi. Ma nulla di paragonabile al passato. Qui, tanto per dire una, nel 1977 ci fu la storica occupazione di Villa Bottini. Quelli erano altri tempi...».

Forse in città c’è più fermento nell’estrema destra?

«Beh sì, lo si vede d’altronde dall’8% che ha preso CasaPound alle elezioni di giugno anche se in questo caso stiamo già parlando di una forza ormai istituzionale. Semmai c’è da dire che una certa destra radicale sta prendendo gli spazi lasciati aperti dalla vecchia sinistra».

Il tessuto sociale lucchese si sta un po’ sgretolando?

«Non esageriamo. Qui c’è una situazione completamente diversa rispetto a realtà come Firenze o Pisa. Lucca è sempre stata una città sonnacchiosa, anche il ’68 qui arrivò molto in ritardo e si trattò comunque di un fenomeno residuale».

Ci dica qualcosa in più

«Beh, chi voleva fare certa politica in quegli anni caldi magari andava qui vicino, a Pisa, dove c’era Sofri, dove c’era D’Alema. Anche se pure in città ci sono stati episodi che sono passati alla storia».

Ad esempio?

«Le ricordo che Mario Tuti (l’ex terrorista nero che nel 1975, a Empoli, uccise due poliziotti ndr) fu nascosto qui da fiancheggiatori nel covo di via dei Fossi. Quello rappresentò un episodio che portò alla reazione della sinistra estrema».

Insomma, professore, non si può negare che oggi – anche se a Lucca forse meno che altrove – certi estremismi stanno riprendendo forza.

«Vede, come dice il mio amico Marco Tarchi, tutto rientra nel fenomeno populista che si dirama in varie direzioni. C’è una sfiducia totale nella classe politica, c’è malcontento per i servizi sociali. E tutto confluisce allora nei 5 Stelle, o negli estremismi di destra e di sinistra».