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Se questo è un errore...

Il commento di Remo Santini

Lucca, 6 febbraio 2012 - Ebbene sì, ci siamo. A giorni, finalmente, avremo un quadro preciso delle candidature alla carica di sindaco di Lucca. Sapete come ritengo che sia fondamentale farsi interpreti del sentimento popolare:
è per questo che oggi voglio indirizzare una lettera aperta sia a colui che tra qualche mese vincerà le elezioni, sia ai
partiti e ai movimenti che ne sosterranno l’azione di governo. Per quanto si vive e si respira quotidianamente, c’è una certezza: la città è stanca delle risse. La gente ha dimostrato di essere disponibile a fare dei sacrifici, purché l’assunzione di responsabilità politica prevalga sulle contrapposizioni aprioristiche di parte e, soprattutto, sull’invettiva come strumento di dialogo. Insomma: Lucca ha bisogno di aprirsi ad una stagione di grandi progettualità, dove serve capire le ragioni degli uni e degli altri, in un clima non certo di consociativismo (spesso nauseante) ma piuttosto di coesione e di rispetto delle idee e delle persone. Il disgustoso teatrino al quale abbiamo assistito anche nel recente passato non ci interessa più: gli avversari non sono nemici, e gli amici non devono essere persone che si accoltellano vergognosamente per una poltrona o per un posto in un consiglio d’amministrazione. Ma non è tutto.
 

Va ribadito, poi, un altro concetto: qui a Lucca, come del resto in tanti altri Comuni della provincia, c’è da costruire una nuova classe dirigente e per farlo c’è bisogno di un sindaco (chiunque esso sia) che decida, parli e agisca con equilibrio, sapendo che i suoi “figli”, attorno a sé, cresceranno meglio in una famiglia in cui le prime due regole del decalogo sono rispetto e serenità. A proposito di famiglia e di consigli d’amministrazione, consentitemi di fare una riflessione già sentita forse, ma purtroppo costantemente disattesa: è possibile, per le prossime nomine, di qualsiasi nomina si tratti, cercare di promuovere anche qualcuno che non sia figlio di… o nipote di…? Non è che debbano essere penalizzati dal loro cognome, ma nemmeno sempre avvantaggiati. Una volta tanto proviamo a cambiare: così, anche solo per dare un segnale alla cittadinanza, per dire che l’appartenenza familiare non è tutto.
 


E che anche i figli della gente comune, se sono all’altezza, possono occupare posti-chiave. Credo di interpretare il pensiero della stragrande maggioranza dei lucchesi: l’aristocrazia nobiliare, in questa città, è morta da almeno 200 anni: e cercare di riproporla sotto forma di di aristocrazia familiare, è penoso. E decisamente fuori dal tempo. L’idea di una Repubblica di Lucca democratica, diversa dal resto della Toscana e così particolare rispetto a tutti gli altri, mi piace parecchio. L’idea di un Impero dei soliti noti, invece, mi piace assai meno. Anzi, proprio per niente. Se qualcuno ritiene che pensarla così sia un errore... allora voglio sbagliare per sempre.
remo.santini@lanazione.net

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