Livorno, 20 marzo 2017 - Uno stipendio da ventimila euro al mese per gestire il traffico di droga nel porto di Livorno. Fiumi di cocaina che poi andavano a rifornire tutta Italia. Sono pesanti le accuse per dieci persone arrestate (sette in carcere e tre ai domiciliari) nell'ambito dell'operazione "Akuarius 2" condotta dalla Guardia di Finanza di Pisa e dai Carabinieri di Livorno. Secondo le ipotesi di reato, il porto di Livorno era diventato un terminal di sbarco della cocaina: la sostanza arrivava dalla Colombia. A gestire la compravendita ci sarebbe stata la 'Ndrangheta: la malavita calabrese avrebbe contato su Riccardo Del Vivo, 68 anni, pregiudicato livornese, arrestato in carcere. Lui avrebbe gestito l'arrivo al porto e la ripartenza della droga. Una rete che gli investigatori hanno ricostruito durante le indagini per l'omicidio. L'operazione ha svegliato Livorno, nella mattina di lunedì 20 marzo: elicotteri dei carabinieri si sono levati in volo fin dall'alba, quando appunto è partita l'operazione. 

"PIZZINI PER INDICARE I CONTAINER" - L'indagine, coordinata dal procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, ha portato alla luce un sistema articolato per lo scarico della droga al porto. L'organizzazione livornese dialogava anche attraverso dei pizzini, che i vari soggetti si scambiavano e che contenevano gli identificativi dei container nei quali c'era la droga. Pizzini che venivano scambiati di nascosto, anche al cimitero. Alcuni vigilantes, anche loro indagati, avrebbero poi provveduto a far entrare in porto le macchine sulle quali poi veniva caricata la droga. 

NON SOLO STIPENDI, MA COCAINA - Tutte le persone coinvolte nell'inchiesta sarebbero state più o meno a libro paga dell'organizzazione. I committenti delle cosche calabresi avrebbero ricompensato poi Del Vivo anche con il 5% di cocaina della Colombia (al 90% di purezza) che con la sua organizzazione di portuali ingaggiati nello scalo riusciva a far uscire dal porto. 

GLI INDAGATI - Dei 10 arrestati nell'operazione 'Akuarius 2', ora sette sono in carcere e tre ai domiciliari. Il gip di Firenze Angelo Pezzuti ha ravvisato gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati e ha deciso la custodia cautelare in carcere per Riccardo Del Vivo, 67 anni di Livorno; Domenico Lentini, 49 anni originario di Oppido Mamertina (Reggio Calabria), residente a San Marcello Pistoiese (Pistoia), considerato dagli inquirenti il rappresentante in Toscana della cosca Piromalli-Molè; Gino Giovannetti, 65 anni di Livorno; Massimo Bulletti, 64 anni di Livorno; Emanuele Galia, 52 anni di Livorno. Il gip ha inoltre stabilito i domiciliari per i livornesi Ivano Sighieri, 66 anni; Marco Corolini, 39 anni; Luca Adami, 28 anni; Gabriele Bandinelli, 40 anni; Luis Aldo Damian Lemucchi, 26 anni, originario dell'Argentina. Ma Bandinelli e Lemucchi sono stati raggiunti in carcere dalle fasi precedenti dell'inchiesta quando il 12 settembre 2016 furono sequestrati alla banda 134 chili di cocaina che era stata appena fatta uscire dal porto e che venne collocata, fino all'intervento degli investigatori, davanti alla casa di Del Vivo, nel centro di Livorno, dove nelle previsioni della banda sarebbe rimasta tutta una notte vigilata a mano armata prima della consegna alla cosca committente.

I VIGILANTES E LE DONNE - Il gip ha stabilito anche due misure interdittive per le guardie giurate che coprivano gli ingressi nel porto della banda: per 12 mesi non possono svolgere l'attività. C'erano anche due donne con compiti logistici nell'organizzazione tosco-calabrese: indagate, il pm ha chiesto l'arresto anche per loro, ma il gip ha respinto la richiesta e sono rimaste in libertà.

TUTTO NASCE DA UN OMICIDIO - La tela e la rete organizzate e allestite dall'organizzazione sono state ricostruite dagli investigatori anche dopo un omicidio: quello di Giuseppe Raucci, 48 anni, trovato cadavere in un'auto in un parcheggio di Ginestra Fiorentina, non lontano dalla Fipili. L'omicidio maturò negli ambienti della droga.