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Alla sbarra per naufragio doloso e tentata truffa all’assicurazione

La barca affondò al largo di Punta Mesco

Il naufragio sarebbe stato orchestrato dall’armatore-skipper con l’obiettivo di truffare l’assicurazione

Tribunale( foto Ansa)
Tribunale( foto Ansa)

La Spezia 23 febbraio 2012 - SECONDO gli inquirenti il naufragio non fu un evento capitato tra capo e collo, nel bel mezzo della navigazione, nel mare solo increspato; bensì sarebbe stato orchestrato dall’armatore-skipper con l’obiettivo di truffare l’assicurazione. Già due dati balzano all’occhio per la ’forbice’ sospetta: aveva assicurato la sua barca a vela di 10 metri di lunghezza, di legno e vetroresina, per 205mila euro; secondo la perizia fatta svolgere dalla procura ne valeva a malapena 20mila. Anche la dinamica dei fatti, risalenti al 10 ottobre del 2006, ha presentato grosse incogruenze. Queste sono emerse ieri nel processo a Sergio Fezzardi, 50 anni, di Mantova, imputato davanti al tribunale (presidente Alessandro Ranaldi; giudici Mario De Bellis e Roberto Bufo) di naufragio doloso e tentata truffa, reati contestati dal pm Federica Mariucci.

QUEL GIORNO di oltre 5 anni fa, al timone del suo natante «Calaluna», era partito dal porticciolo dell’Assonautica; meta annunciata: Lavagna. A tre miglia e mezzo a Sud Owest di Punta Mesco (un po’ troppo ’scostato dalla rotta logica per Lavagna) effettuò col cellulare la chiamata al numero blu delle Capitanerie di porto, il 1530, per annunciare che la barca stava colando a picco e lui stava ’riparando’ sul tender, col fuoribordo. Dalla centrale operativa della Capitaneria spezzina gli chiesero il punto nave preciso; lui fu generico: tra Levanto e Monterosso, specificando che non aveva particolari ansie, quasi a voler dire...prendetela con comodo. Ma la motovedetta della Guardia Costiera partì a razzo dal molo Italia e circa 40 minuti dopo l’Sos riuscì ad intercettare il naufrago, sul tender, nei pressi della costa. Solo nell’approssimarsi del mezzo di soccorso, lui fu preciso nel dare il suo punto nave, per attirare la vedetta.

La barca? gli chiesero. «Affondata, purtroppo», fu la risposta. Sì, ma non del tutto: rimase in obliquo, con la prua verso il fondo, a tre miglia dalla costa. Spuntava solo la poppa. Questa fu vista da un diportista, nei pressi di Sestri Levante, due giorni dopo. E scattò il recupero. Furono i sub dei carabinieri a salvare la barca, con le sue anomalie: una falla, a proravia, sicuramente non dovuta ad una collisione con un oggetto in mare ma da uno o più colpi inferti con un oggetto pesante, dall’interno verso l’esterno dello scafo; oblò aperti; la presenza a bordo di taniche riempite di sabbia. L’amatore skipper si è giustigicato: a provocare la falla è stata la caduta dell’ancora di rispetto, di 12 chili, stivata all’interno dello scafo. Ma essa è stata rinvenuta in un gavone, ad una distanza incompatibile con la localizzazione della falla. Gli ispettori della Capitaneria, sono andati oltre: hanno studiato quale poteva il peso capace di provocare, per caduta, la falla, tenuto conto del materiale dello scafo: non era quello dell’ancora... Prossima udienza a maggio.

                                                                                                                                                                                 Corrado Ricci

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