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LUNIGIANA

Clara, due ricorsi sulla condanna per il delitto

Sul 'delitto del cacciatore' si accendono i riflettori della tv: ad agosto verrà trasmessa una puntata di 'Amore criminale' dedicata all'omicidio di Maurizio Cioni. Intanto la giustizia si prepara a sviscerare ancora il dramma: i difensori chiedono l'assoluzione e la Procura un pena più severa

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Lunigiana, 1 luglio 2009 - Si allarga il fronte della 'guerra giudiziaria' sul delitto di Maurizio Cioni e la condanna della moglie Clara Maneschi. Contestata infatti sia dalla difesa che dall’accusa la sentenza del Giudice del Tribunale di Massa Ranaldi che condannava la quarantaseienne spezzina a 15 anni di carcere. Il processo di primo grado l’aveva visto uscire dall’aula colpevole di omicidio volontario premeditato, in concorso con l’amico e spasimante Giordano Trenti, morto poi suicida una settimana dopo il delitto inscenato nel bosco a Pallerone di Aulla fingendo un incidente di caccia.

 

E sull’incredibile storia si accendono ora anche i riflettori televisivi. Il 'delitto del cacciatore' sarà una puntata di agosto della trasmissione di Rai Tre 'Amore criminale' condotta da Camilla Raznovich. Sulla base degli atti processuali il delitto commesso nel novembre del 2007 quando Maurizio Cioni venne ucciso con un colpo di fucile in pieno petto verranno ricostruiti in trasmissione e interpretati da attori che impersoneranno i protagonisti del dramma. Una trasmissione per si propone di 'raccontare' quell’amore crimile attraverso gli atti processuali esibiti ed acquisiti durante il processo con rito abbreviato davanti al tribunale di Massa.

 

E mentre la televisione ripropone il dramma, la giustizia si prepara a sviscerarlo ancora. In due sedi diverse. Si aprirà infatti il processo davanti al collegio ed ai giudici popolari della corte d’appello sulla base del ricorso presentato dagli avvocati difensori di Clara Manesti, Andrea Corradino e Debora Cossu. Ma la stessa sentenza sarà analizzata anche davanti alla Corte di Cassazione alla quale il Procuratore generale di Genova ha presentato ricorso, sostituendosi al pubblico ministero di Massa Conforti che non lo aveva fatto. A sollecitare la procura generale genovese era stata un’istanza degli avvocati Giuliana Feliciani e Valentina Antonini che assistono la famiglia di Maurizio Cioni costituitasi in giudizio.

 

"Chiedevamo una pena severa - commentano Feliciani e Antonini - perchè quelle azioni hanno portato a due morti. E il comportamento della moglie di Cioni ha dimostrato che non è mai stata sincera fino in fondo. Ha confessato e poi ritrattato: non meritava le attenuanti". E il sostituto procuratore generale Pio Macchiavello ha riscontrato nella sentenza contraddizioni sufficienti a spingerlo ad un ricorso in Cassazione. Il magistrato, denunciando un vizio di legittimità, sottolinea come il giudizio di equivalenza fra aggravanti ed attenuanti generiche sia non motivato oltre che contradditorio.

 

Nel ricorso si rileva che le attenuanti generiche non possono essere intese come una "benevola e discrezionale concessione" e sono state invece concesse malgrado le violenze subite dalla Maneschi non siano state provate e la confessione sia stata ritrattata. E, soprattutto, malgrado (scrive il magistrato) "proprio la personalità dell’imputata desumibile dalle modalità del fatto e dalla particolare gravità del delitto commesso, sorretta dalla premeditazione, avrebbero imposto un giudizio ben diverso". Mentre la pubblica accusa chiede dunque una pena più pesante (potrebbe arrivare a 23 anni), i difensori di Clara Maneschi davanti alla Corte d’Appello ne chiederanno la liberazione sostenendo la sua innocenza: mancherebbero le prove che sia stata lei la mandante del delitto.










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