La Spezia, 25 novembre 2017 - Le alcove del sesso erano una fabbrica di soldi. Accadeva in regime di subaffitto ad una scuderia di circa cinquanta prostitute e prostituti, donne e trans, favoriti e sfruttati. Due appartamenti (in via Pascoli e in piazza Matteotti), locati da ignari proprietari spezzini per 400 euro al mese, fruttavano alle locatrici dominicane dai 4.000 ai 6.500 euro al mese, in relazione al ritmo di avvicendamento delle mestieranti dell’amore mercenario che, per disporre delle stanze, sganciavano 50 euro al giorno. Un giro da... capogiro, emerso da un’inchiesta svolta dai carabinieri del Nucleo investigativo e stroncato dai provvedimenti giudiziari scattati ieri.

Le tenutarie delle case-squillo sono, infatti, finite in manette, ospiti della sezione femminile del carcere di Pontedecimo. Si tratta di due sorelle: Santa Sureiqui e Ruth Delania Pascal Zorrilla, di 46 e 43 anni. Le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate dal gip Marta Perazzo su richiesta del pm Federica Mariucci che ha tirato le fila di una lunga inchiesta sviluppata dai militari negli ultimi tre anni, fino agli affondi finali. Le arrestate, che nelle case facevano prostituire donne e uomini tutti maggiorenni, per la maggior parte di origine caraibica e residenti tra La Spezia e fuori regione, fornivano loro logistica e servizi: trasferimento in auto dalla stazione ferroviaria alle case di appuntamento, cambio delle lenzuola, pulizia dei locali.

Da una parte il via-vai all’interno dei palazzi, lamentato da alcuni condomini, dall’altra la massiccia presenza di annunci hot su Internet che riconducevano a quegli appartamenti hanno messo i carabinieri sulla strada giusta. I clienti del giro erano di ogni estrazione sociale, c’erano dall’impiegato al professionista.

Alcuni di questi sono stati, con non poco imbarazzo da parte loro, presi a verbale dai carabinieri; per loro, in futuro, una passerella in tribunale da testimoni; al pari di prostitute e prostituti che, a dire il vero, non hanno vissuto l’intervento dei carabinieri come una liberazione, semmai come un impiccio all’esercizio delle loro attività, quando, dopo aver fissato l’appuntamento per telefono, i militari si sono palesati i tesserini istituzionali. Diversi gli accessi effettuati prima del blitz finale. Tenutarie e subaffittanti hanno continuato come se niente fosse, pensando a normali controlli in materia di immigrazione. Non hanno capito che così venivano raccolte le prove inoppugnabili per giungere all’affondo finale, quello degli arresti.