La Spezia, 9 settembre 2017 – Altolà al processo immediato all’avvocato Giuliana Feliciani per l’intrigo testamentario connesso alla morte dell’avvocato Marco Corini, malato terminale ma spirato prima del tempo, il 25 settembre del 2015: il giorno in cui avrebbe dovuto incontrare il notaio per puntualizzare le volontà successorie, sulla via delle ambite nozze con la giovane convivente Isabò Barrak che divendo moglie avrebbe ottenuto tutti i suoi beni. Il gip Mario De Bellis - appellandosi a ragioni di economia processuale funzionali alla ricostruzione della verità nel suo insieme - ha rigettato l’istanza presentata dall’imputata ex collega del legale deceduto, secondo l’accusa, a causa di un’overdose del sedativo midazolam iniettatagli dalla sorella, la dottoressa-rianimatrice Marzia Corini; quest’ultima dice per alleviare le sofferenze a fronte della morte imminente del fratello e nel rispetto dei protocolli sanitaria, il pm Luca Monteverde sostiene invece, dell’esito dell’inchiesta svolta dai carabinieri, che lo ha fatto per impossessarsi di un milione dell’eredità dalle quale sarebbe stata altrimenti estromessa e ne ha chiesto il rinvio a giudizio per omidicio, per furto (quello della sostanza farmacologica, all’ospedale di Pisa) e per due falsi in testamento (quello redatto il 18 settembre quello corretto dopo la morte del fratello) e circonvenzione e di incapace (reato per il quale in mancanza di querela della madre non è punibile). Solo queste ultime tre accuse sono condivise con l’avvocato Feliciani, chiamata anche a rispondere di occultamento di testamento, quello mai trovato, ma secondo l’accusa redatto da Corini nell’estate 2015 e nel quale la destinataria del patrimonio supermilionario (salvo spiccioli) sarebbe stata Isabo.

Il giudice De Bellis nell’articolare il suo provedimento si è ancorato a sentenze della Cassazione là dove questa puntualizza che l’accoglimento di un’istanza difensiva per ottenere il rito immediato – nel pressuposto di parte dell’inesistenza di prove – è accoglibile nella misura in cui il processo separato non complica l’accertamento della verità. Insomma per il Gip, per comprendere bene tutte le sfaccettature del caso-Corini e sentenziare di conseguenza, è necessario fare un unico processo con le imputate appaiate in aula. L’avvocato Valentina Antonini, difensore della Feliciani, rilancia: «Si tratta di un provvedimento in contrasto col diritto al giudice naturale» e studia possibili impugnazioni. «Una cosa è certa e deve essere chiara, la mia assistita non deve rispondere di omicidio; con l’istanza, oltre portare il vaglio delle imputazioni al giudice naturale per dimostrare che le stesse non reggono, volevamo sottrarla al clamore del processo in Corte di assise». Il 14 settembre, l’udienza preliminare, in tandem.

Corrado Ricci