La Spezia, 7 gennaio 2018 - SE N’È andato troppo presto. A soli sette anni. Colpito da un malore improvviso, in una terra lontana. Il paese della famiglia e delle radici. Il paese delle vacanze, il Senegal, quello nel quale il piccolo Bourahima Ibrahim Samba trovava rifugio ogni volta che gli impegni di mamma e papà lo consentivano. Se n’è andato in poche ore, in un ospedale della polverosa e accaldata città di Vélingara, poco più di 20mila abitanti a oltre 500 chilometri di distanza da Dakar. È morto mentre nella ‘sua’ Spezia i compagni di classe dormivano avvolti nelle coperte, e il ‘suo’ quartiere – l’Umbertino – riposava tra i cortili e la pioggia.

SI È consumata così, senza un’apparente spiegazione, la tragedia di Ibrahim, figlio di seconda generazione di una comunità straniera che nell’accoglienza della gente del Golfo ha trovato la naturale culla di un dialogo interculturale. Un’integrazione che oggi è fatta di cose concrete, non di slogan: gli arnesi da meccanico nell’officina, contratti di affitto regolari, scambio alla pari di sms in tipico slang sprugolino tra ragazzini di tutte le età. Il nonno, d’altronde, è quel Bourahima Camarà che è sulla bocca di tutti: a lungo referente della comunità senegalese spezzina, una patente di rispettabilità che viene da lontano e una storia lavorativa ‘a ventaglio’ che si dispiega nelle sue possibilità esattamente come quella di gran parte degli italiani – da venditore ambulante a tuttofare del Villaggio Europa di Corniglia, a operaio edile –: uno ‘spicchio’ tira l’altro e non sai mai cosa ci sarà dopo, a parte l’abitudine a rigar dritto e a non lamentarsi mai.

La figlia di Camarà, Coumba, qualche anno fa si è sposata con un connazionale, Harouna Samba, che lavora come meccanico nella concessionaria Simcar della Spezia. E la coppia ha messo al mondo due bambini: Ibrahim, sette anni compiuti a novembre, e il piccolo Mousa, nato nel 2013. Si vogliono bene, si sostengono, forti dell’appartenenza comunitaria. Ibrahim ha la faccetta buffa che hanno spesso i bambini che arrivano da quella parte dell’Africa: gli occhi vispi come biglie, un sorriso che innamora. Frequenta il secondo anno delle elementari e tutte le mattine si presenta ai cancelli di via Napoli, zainetto in spalla, puntuale e ligio. Da qualche tempo convive con il fastidio dell’asma, ma i genitori lo controllano costantemente. La mamma porta sempre con sé le medicine e la situazione è sotto controllo.

IL 10 dicembre Koumba parte per il Senegal con i bambini e i parenti. Harouna resta alla Spezia, deve lavorare. L’idea è quella di raggiungere il villaggio dal quale Camarà è partito per quel viaggio della speranza, tanti anni fa, e di trattenersi in Africa per due mesi. La famiglia però decide prima di fare tappa a Vélingara, la città nella quale vive la nonna di Ibrahim. «Ci siamo sentiti venerdì sera – racconta adesso Harouna, con un filo di voce –: siamo stati al telefono a lungo. Il bambino era felice. Abbiamo parlato del suo regalo di Natale e della cena fumante che lo aspettava a tavola, delle sue vacanze. Quattro ore dopo la madre mi ha chiamato: il bimbo era entrato in coma, improvvisamente. Lo hanno portato all’ospedale più vicino, ma non c’era più niente da fare. Non mi do pace». Il padre di Ibrahim partirà questa mattina dall’aeroporto di Milano per raggiungere la famiglia. E tutta la città lo abbraccia.

Roberta Della Maggesa