Ameglia, 13 ottobre 2017 - Nessuna traccia di proiettili nell’auto e in quel che resta dei corpi carbonizzati di Manuel Merino e della moglie Marisa Rossi rinvenuti all’interno della loro auto. E’ il primo elemento emerso dalla ricognizione esterna effettuata dall’anatomopatologa Susanna Gamba, su delega del pm Luca Monteverde che coordina le indagini rubricate, in prima battuta per dare campo ad ogni accertamento, per il reato di omicidio.

Una cosa è certa: Manuel e Marisa sono andati incontro alla morte insieme e, col passare delle ore di una giornata convulsa, è andata rafforzandosi l’ipotesi di una morte ricercata, benché agghiacciante. La dinamica è ancora tutta da chiarire: c’è solo la certezza del fuoco che ha avvolto i corpi dei due coniugi trasformandoli in torce umane ma non è chiaro se le fiamme siano la causa, una concausa o un evento successivo al decesso. Quest’ultima ipotesi si fa conforto al pensiero del dolore che, diversamente, avrebbero sofferto i coniugi.

Ma la determinazione a farla finita a volte - la cronaca lo dimostra - si fa anche sopportazione del dolore, pianificazione puntuale, magari capace, quest’ultima, di stabilire che il fuoco faccia il suo corso dopo un avvelenamento, in uno stato soporoso nel quale il sonno che si fa anticamera della morte. Altra cosa certa: i due corpi carbonizati erano affiancati, ognuno sul suo sedile.

Tessuti dissolti dalle fiamme; ossa, quanto meno alcune, a cominciare da quelle del cranio, ancora visibili. Ossa allineate, non espressione di forme scomposte e indotte dal dolore. Insieme a Manuel e Marisa, nell’auto diventata forno crematorio, c’era anche il loro cane, uno Shitzu, posto sul sedile posteriore della vecchia Fiat 500.

Un elemento, quello della presenza del cane, che alza lo spessore dell’ipotesi della volontà comune della coppia di chiudere un percorso di vita, insieme alla creatura cara, magari nel timore che, anch’essa, potesse andare incontro ad un futuro di dolore. Nell’auto, trapela dal riserbo, c’era una scacciacani di plastica, fusa dal fuoco; bossoli esplosivi (senza proiettili) sarebbero stati rinvenuti nell’area attorno alla vettura e sarebbero compatibili con la scacciacani stessa. Ma, viene ribadito in serata dagli inquirenti, quell’arma non aveva potenzialità offensive.