La Spezia, 14 febbraio 2016 - C’è anche un “dossier” di intercettazioni telefoniche ambientali fra gli atti inanellati dalla pubblica accusa e posti a fondamento dell’imputazione choc di omicidio volontario aggravato mossa nei confronti di Marzia Corini, sorella di Marco Valerio. E’ di Marzia Corini (che lavorava a Pisa) l’utenza attenzionata in seguito ai sospetti che avevano preso corpo dopo le dichiarazioni rese ai carabinieri dal giudice Diana Brusacà: "Il 23 settembre Corini mi chiese di adoperarmi per raccogliere informazioni al fine per permettergli di sposare, rapidamente, con rito civile, la fidanzata" e del medico oncologo Mauro Morini: "L’avvocato aveva convenuto con la mia proprosta di modificare la terapia per allungare la vita di alcuni mesi, ben cosciente che il suo destino era comunque segnato".

Le frasi indiziarie più importanti, che pesano come macigni, sono quelle che pronuncia nel corso di un colloquio con un’amica di lunga data di Corini, non indagata ma semplice persona informata sui fatti. Spicca anche il suo nome tra i destinatari di somme del testamento (che l’accusa ritiene falso) a fima di Marco Valerio Corini, destinataria di un “tesoro” complessivo di 270mila euro.

Nell'intercettazione, datata 21 gennaio, Marzia domanda all'amica, testuale:

"Tu hai capito che se io non avessi sedato Marco in quel giorno lui non sarebbe morto?". Risposta: "No". Marzia rilancia: "Tu questo lo hai capito? ..L’hai capito o no?". L'amica: "Perché?". Marzia: "Perché lui è morto perché io l’ho sedato". L'amica domanda: "Sennò quanto andava avanti?". Marzia: "Forse un mese...due". L'amica, impressionata: "Nooh...". Marzia: "Volevo capire se l’avevi capito...". L'amica: "No, assolutamente... pensavo avessi fatto una cosa anticipata di un giorno". Marzia (che così s’inguaia sempre più?): "Assolutamente no!". L'amica: "No questo non lo sapevo...eh....in quello stato lì?" Marzia: "Sarebbe andato peggiorando di giorno in giorno". L'amica: "No... io pensavo fosse...". Marzia: "Volevo capire se avevi capito".

La sorella dell’avvocato si concentra poi sul suo ultimo giorno di vita: "Ha scherzato con me quella mattina...siamo andati in bagno... no... non sarebbe mai morto! Nè quel giorno né il giorno dopo... né, sennò dopo una settimana... ma non ce la faceva più a stare male e io non ce la facevo più a vederlo stare male... stavamo comunque andando contro un muro... l’unica cosa che poteva fare per lui era non fargli sapere quando sarebbe morto....ma volevo che tu lo sapessi". La rivelazione assume i connotati della liberazione da un peso, di un gesto vissuto da Marzia, medico anestesista, come rimedio alla sofferenza del fratello. Non a caso l'amica sottottolinea: "Un peso grosso...". Marzia: "E’ che non ce la facevo più a vederlo stare male... ma perchè non aveva senso...e perché lui era troppo attaccato alla vita per dirmi di farlo.... non era come mio padre". Rivelando così che, nel caso del papà, fu da lui indotta all’eutanasia.

Marzia puntualizza: "L’unica libertà che aveva era quella di non sapere quando sarebbe morto..., lui viveva ogni giorno con la paura di morire". L'amica interpreta: "Gli hai fatto un bel regalo eh...il peso è tuo; gli hai risparmiato delle sofferenze ma ora il peso lo hai tutto te addosso...". Marzia puntualizza e sgombra il campo da eventuali sospetti: "Però è stata una decisione solo mia...". L'amica: "Sì, ho capito Marzia...l’ha fatto per lui". Marzia: «Io...non...io non ho rimorsi".