La Pescaia, 20 agosto 2016 - «HO pensato di fare qualcosa di importante il 28 maggio prossimo qui alla Pescaia: uno spettacolo per ricordare lui con le sue attrici. C’è anche troppa gente che va dicendo di essere stato suo allievo o amico suo e non è vero. Valuterò con attenzione per rispettare il suo nome l’impegno di una vita. Ma senza speculazioni».

Quasi tre mesi senza Giorgio Albertazzi e oggi è il giorno del suo compleanno. Tre mesi e chi resta è lei, Pia dè Tolomei di Lippa, suo più grande amore, sposata a 84 anni quando lei ne aveva solo 48. Una donna leale, bellissima, volitiva, amante degli animali incontrata durante la tournè dell’Enrico IV e mai più lasciata. 

Pia so che è difficile, ma quanto manca Albertazzi nella sua vita? 
«Mi ha lasciato un vuoto incredibile, mi mancano le mille telefonate al giorno. E devo pensare: il telefono non suona perchè non chiama e non può chiamare. E mi manca non potergli dire quello che mi accade nel bene e nel male. Non posso più ripotrargli niente e questo mi sgomenta. Però so, sento che è qui, che c’è e gira per casa. In qualche modo mi sento protetta».

Con una differenza di età tanto grande, non era un po’ preparata?
«Quando mi sono messa con lui avevo 21 anni e non ho mai sentito la distanza dell’età. Anzi, ho avvertito la bella sensazione di un uomo straordinario che mi dava importanza per quello che ero. Mi sentivo felice e solo questo contava. Poi è vero, a volte mi mettevo a scorrere i nostri anni e mi chiedevo: e se poi morirà? In questi anni ho vissuto nel terrore il pensiero della sua dipartita, anche se non c’erano segni. Perchè arrivata ai 30 lui ne aveva 75 a 40, lui 80, ma era la vitalità fatta persona. Non ci potevo pensare. E poi è accaduto anche se, diciamo speravo, che fosse immortale. Ma per me, lo so che c’è sempre».

Non ne aveva mai parlato della morte? 
«Non so come spiegarti, ma tra noi c’era come un patto. Mi diceva: ‘Andrò via qundo non avrai più bisogno di me fisicamente. Ma io ci sarò sempre’. E pensare a questo in un certo senso mi dà forza».

Poesia, cultura, incontri speciali: è stata un vita ricca la vostra insieme. 
«Una delle prime cose che mi regalò è proprio una poesia ‘Come allodola ondosa’ di Ungaretti, che è attaccata da sempre in camera mia con la sua dedica. Forse è perchè stavo con lui che ho perso completamente il senso del tempo. A volte mi trovo a parlare di cose che mi sembrano accadute giorni fa, e sono passati anni. E non riesco a dare l’età possono avere 20 anni come 80. Non vedo differenza. E tutti mi sembrano più vecchi di me».

Quando pensa a Giorgio cosa le viene in mente? 
«La sua risata bellissima: quando sorrideva illuminava tutto. Amava ridere delle cose che aveva combinato o che gli erano accadute. Come a Capri, che vestito di tutto punto di bianco, elegantissimo, per colpa di un gommone sgonfio cadde in acqua tutto vestito. Prima si infuriò, ma a ripensarci rideva come un bambino. Era la prima estate che passavamo insieme ». 

Come si fa ad andare tanto d’accordo?
«Veramente litigavamo sempre: tra noi era tutto un litigio. Anche sul cibo e sul vino si facevano delle lititigate incredibili. Perchè a lui piaceva il lambrusco, e a me il Chianti. E quando lo asssaggiava diceva: “Mi sembra di bere un calzino“».

Cosa vorrebbe per ricordarlo?
«Mi piacerebbe che il teatro della sua città, la Pergola, fosse intitolato a lui perchè se lo merita. Ma so anche che questo non avverrà: io dico che sarebbe bello. E giusto».