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Schettino parla ai magistrati "L'inchino pianificato con Costa Quei morti non mi lasceranno mai"

Le trascrizioni del drammatico colloquio con i pm in procura a Grosseto

Le telefonate con l'Unità di crisi di Costa Crociere, la tecnica dell'inchino, la distanza dalla costa del Giglio: ecco cosa ha detto Schettino ai magistrati che lo incalzavano nella giornata di martedì 17, quando ci fu l'interrogatorio di garanzia

Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia
Francesco Schettino, comandante della Costa Concordia
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Grosseto, 22 gennaio 2012 - Tutte le verità di Schettino: ecco le trascrizioni dell'interrogatorio di garanzia del comandante della Costa Concordia, naufragata sulle coste del Giglio, interrogatorio che si è svolto davanti ai magistrati martedì 17 gennaio, dopo il fermo dell'uomo avvenuto nella giornata di sabato. Il giudice per le indagini preliminari, in un momento successivo, ha trasformato il fermo in arresti domiciliari. Diversi i punti sui quali i magistrati, in quel martedì, insistono. Il primo riguarda la consuetudine degli inchini. Quindi, lo stato delle strumentazioni di bordo, con un presunto guasto del sistema che doveva "scaricare" le informazioni della nave sulle ultime dodici ore. Infine, si è cercato di far luce sui rapporti di quella maledetta sera di venerdì, con le telefonate tra Schettino e i vertici di Costa Crociere, che avrebbero concordato con Schettino come muoversi dopo l'incidente.

I PASSAGGI SOTTO COSTA ERANO PIANIFICATI CON L'ARMATORE

Secondo Schettino, incalzato dai magistrati di Grosseto in quelle ore drammatiche "Costa sapeva perfettamente degli inchini, ovvero dei passaggi sottocosta per salutare i cittadini di quelle zone e i turisti a terra. Sono stati fatti in tutto il mondo anche da me. Anche quando facciamo la penisola sorrentina, Capri. L'annuncio dell'inchino viene stampato la mattina sulle navi". Ci sarebbe stato dunque, secondo le trascrizioni dell'interrogatorio, un accordo con Costa: "Lo dovevo fare anche la settimana prima l'inchino, ma era brutto tempo. Costa insiste "perché facciamo navigazione turistica, ci facciamo vedere e salutiamo l'isola". Schettino rispose: "Ok", aggiungendo che "quel percorso lo avevo fatto per tutti e quattro i mesi. Dovevo sbarcare questa settimana. L'ho sempre fatto, ma non navigazione turistica (in gergo per navigazione turistica si intende proprio l'inchino, ovvero il passaggio sottocosta, ndr)". La navigazione "era pianificata a 4-500 metri, l'abbiamo portata fino a 0,28".

Ma c'è di più: l'inchino sarebbe stato una sfida con un altro comandante di Costa Crociere, Massimo Garbarino. "Garbarino - dice Schettino - faceva gli inchini e io gli promisi che alla prossima estate li avrei fatti, gli ho inviato anche una email".

LA SCATOLA NERA CHE NON FUNZIONA

Uno dei punti chiave è la scatola nera. Il sistema che scarica e conserva dati, riferisce Schettino, quella sera era rotto. In quei momenti concitati, il responsabile Unità di crisi di Costa Crociere, Roberto Ferrarini dopo l'incidente, durante le telefonate in cui concordava come agire con il comandante ora agli arresti domiciliari, avrebbe chiesto a Schettino di scaricare i dati della scatola stessa. "Mi disse di spingere il bottone del Voice data recorder, per scaricare i dati di navigazione delle ultime 12 ore e renderli così consultabili e io dissi al mio secondo Roberto Bosio di farlo". Qualcosa però va storto perché Bosio ci prova a spingere il bottone e scaricare i dati, ma la consolle era spenta. "Non so se con il blackout si è spento anche questo qua", sarebbero state le parole di Bosio. Schettino risponde "Va bene".

LE TELEFONATE CON COSTA CROCIERE E L'ALLARME A BORDO: PERCHE' QUEI RITARDI?

Uno dei punti chiave dell'interrogatorio di garanzia riguarda tutte le tempistiche dell'allarme a bordo. Si scava a fondo sulle dinamiche, sulle telefonate di quella notte e appunto sui presunti ritardi per l'abbandono della nave. Schettino avrebbe temuto soprattutto il "sad and sorry", ovvero quella espressione in gergo che significa falso allarme, eccesso di prudenza. Dare il segnale di abbandono nave insomma, afferma Schettino, non è uno scherzo, (anche perché per una evacuazione della nave la Costa avrebbe dovuto pagare una penale di diecimila euro a passeggero, ndr).

"Prima di dare l'emergenza dobbiamo essere sicuri - dice Schettino - Non è che posso rimanere con tutta quella gente in acqua, né creare panico che poi la gente mi muore per nulla". "Le operazioni sono avvenute dopo che ho avuto tutte le informazioni del fatto che la nave ormai non aveva più galleggiabilità. Perché non è che io posso dire abbiamo un blackout e andiamocene tutti. Un comandante deve stabilire i tempi. Perché se faccio scendere tutti e poi la nave rimane a galla che facciamo". Paura dell'eccesso di prudenza insomma, poi un momento di disperazione: "Dovrò convivere tutta la vita con questi morti".

Un punto è se Schettino abbia detto o meno alla Capitaneria che oltre al blackout avesse anche avvertito che la nave aveva speronato lo scoglio. "Il fatto del discorso del contatto col fondo io l'ho detto - dice Schettino - Non so, se non risulta per favore ditemelo". A quel punto viene messo di fronte al fatto compiuto, ovvero che non l'ha detto. E lui ammette che aveva troppo da fare "perché nel momento in cui accade qualcosa e una persona sta lavorando...".

Diverse sarebbero state le telefonate con il responsabile dell'Unità di crisi di Costa Roberto Ferrarini dopo l'incidente. "Quando gli dissi che avevo fatto un guaio e che lo avrei informato Ferrarini mi disse 'Sì, fai così'". A un certo punto la situazione è chiaramente compromessa, la nave affonda e Schettino chiede a Ferrarini: "Mandami gli elicotteri. Lui mi rispose sì mo' te li mando".

Francesco Marinari

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