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Ci sono parole che ci raccontano Ma il rischio è di mandarle perse

Il vernacolo maremmano sta sparendo dai nostri discorsi. Eppure è poesia

I maggerini maremmani (FotoAprili)
I maggerini maremmani (FotoAprili)

Grosseto, 16 settembre 2011 - "Se ’l formaggio un non lo chiami cacio, la formica cudèra e l’ombra mèria, che maremmano sei, porca miseria!". E’ forse questo il modo di dire più famoso della nostra terra tanto che, spesso, si ritrova scritto e appeso al muro delle botteghe di paese o anche nelle mattonelle decorative, ma oggi appare più che mai come un appello a conoscere, difendere e tramandare il nostro vernacolo che appare sempre più minacciato dalla globalizzazione anche della lingua. Eppure la Maremma è un luogo che sa esprimere calore e colore anche con le parole, a volte nate e cresciute in fazzoletti di territorio. Solo che dopo un amorevole baliatico adesso rischiano di morire, in assenza di badanti.

 


Eppure c’è della poesia in certi vocaboli, a volte in grado di rispolverare angoli di adolescenza, di racconti dei nonni fatti durante merende davanti a mezzo metro di fette di pane e pomodoro. Sì, perché sono i ricordi di quando eravamo cittini (bambini piccoli), di quando ti facevano tornare in casa con un bercio (urlo) fatto dall’uscio (porta di casa) e poi ti chiedevano se fuori, con gli amici, eri stato boncitto (bravo) o se, come al solito, avevi fatto un canaio (confusione). In questo caso rischiavi una labbrata (schiaffo), sennò ti mettevi a cecce, facendo attenzione a non andà a bucoritto (cadere) e cominciavi ad ascoltare quei discorsi. Belli, soprattutto quando potevi ciaccare (ficcare il naso) negli affari altrui, magari di qualche sciabordito (persona con poco cervello). E poi facevi merenda con almeno due regole: non dovevi biasciare (masticare sbavando) e dovevi bere piano se l’acqua era diaccia marmata (molto fredda). E se eri parecchio d’appetito potevi sentirti dire collo nini, mangi più d’un tribunale con il rischio di diventare poi bello gadollo (cicciottello).

 


Insomma un universo lessicale tramandato in modo orale e molto poco in maniera scritta, ancorato alla voglia delle precedenti generazioni di farlo sopravvivere ma spesso snobbato da quelle più giovani attratte più dallo slang che dal vernacolo. Un peccato? Sì, sicuramente. Perché dimenticare ciò che ci caratterizza è senza dubbio un impoverimento del nostro essere. Lo sapeva bene il compianto Roberto Ferretti che andava podere per podere con penna e taccuino ad annotarsi i discorsi degli anziani, mentre oggi, se chiedi in giro cosa vuol dire nottolo (persona di scarse vedute) sai in quanti rispondono cercando fichi su’ ppe’ peri (arrampicandosi sugli specchi)?

Luca Mantiglioni

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