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Manuel, l'addio al piccolo
morto nell'incidente

Strazio ai funerali del bambino vittima dell'incidente stradale nei dintorni di Castiglione della Pescaia

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funerale
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GROSSETO, 4 settembre 2010 - Il compleanno di un bambino è una festa. Manuel ieri avrebbe compiuto sette anni. Avrebbe, appunto. Palloncini, regali da scartare, torte da mangiare con candeline da spegnere. Magari anche un po’ di musica. Amici, compagni di scuola. Poi anche quelli che facevano il bagno con lui al mare. Insomma, una festa. Manuel, però, ieri pomeriggio era dentro una cassa bianca di poco più di un metro. Con sopra una valanga di rose bianche. Intorno a lui, al Cottolengo, tutto il suo mondo. La chiesa non ce la fa a contenerlo. Le lacrime ormai lasciano spazio all’incredulità di parenti, amici, semplici conoscenti. Quando arriva il carro funebre il silenzio si fa irreale. Mamma Simona è davanti e le gambe la reggono a malapena. Confortata (se così si può dire) dal suo compagno Ivan, il carabiniere che era alla guida dell’auto che si è ribaltata dopo una mattinata spensierata passata al mare. L’unico segno fisico di quella giornata è in un piccolo cerotto sulla testa. Dopo il ricovero all’ospedale ha fatto di tutto per esserci. Il destino ha voluto che il sedile posteriore di quella piccola utilitaria si portasse via un pezzo della sua nuova vita. Prima di entrare in chiesa, quasi con rispetto, tutti aspettano che il suono della campana abbia dato l’ultimo rintocco. Anche per don Giovanni, il parroco che celebra la funzione funebre, è complicata. E’ dura aggrapparsi alle parole dopo una tragedia di queste proporzioni: «Accomodatevi vicino a noi — dice con un evidente groppo alla gola — Cercate, se possibile di sentirvi a casa vostra». Poi comicia la breve, brevissima omelia: «Anche per noi preti che siamo quotidianamente a contatto con la morte, di tutti i tipi — sospira —, è difficile trovare le parole. Oggi per Manuel sarebbe dovuto essere un giorno felice, il suo compleanno. E invece è andato incontro alla morte, una fine per certi versi assurda e inconcepibile». L’atmosfera è cupa. Cupissima. Fa caldo, ma nessuno lo sente: «E’ un momento pesante. Restare in silenzio probabilmente sarebbe l’unica cosa seria da fare ma se mi permetto, se per un attimo riusciamo ad aprirci al mistero della vita non ci rimane che comprendere anche la morte. E credo che ogni persona che è dentro questa chiesa uscirà diversa da come è entrata. Solo Dio riesce a toccare i cuori delle persone...».
«CHARITAS Christi Urget Nos». E’ l’amore di Cristo che ci spinge. C’è scritto così quasi a metà del presbiterio, proprio sopra l’altare. Una signora lo guarda e sospira. Un’altra annuisce. Parecchi scuotono il capo. La morte è sempre difficile da digerire. Figuriamoci quando arriva a tradimento per rubare un bambino di sette anni. Ciao, piccola stella.

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