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TRIBUNALE

"Quell'omicidio non fu premeditato"
Caso Fagnoni, sconto di pena

La corte d'assise di Firenze ha ridotto la misura inflitta a Fagnoni (dieci anni di ospedale psichiatrico giudiziario). Ha ritenuto sussistente l'erronea applicazione dell'aggravante della premeditazione emersa nel giudizio di primo grado. I giudici, valutato così il titolo dell’omicidio non più come premeditato, hanno scontato a Maurizio Fagnoni ben cinque anni

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Un'aula di tribunale Grosseto, 10 luglio 2008 - Passarono sette anni prima che Maurizio Fagnoni confessasse l’orrendo omicidio dello zio. Un silenzio infinito, nel piccolo borgo di Scansano, concluso con la condanna dell’uomo a dieci anni di ospedale psichiatrico giudiziario. Una perizia medica dichiarò l’omicida incapace di intendere e di volere, con l’applicazione del il ricovero in Opg. Ieri, però, la corte d’assise d’appello di Firenze ha ridotto quella misura, ritenendo sussitente l’erronea applicazione dell’aggravante della premeditazione emersa nel giudizio di primo grado. I giudici, valutato così il titolo dell’omicidio non più come premeditato, hanno scontato a Maurizio Fagnoni ben cinque anni di recupero nella struttura psichiatrica nella quale è rinchiuso da quasi un anno.

 

Le dispute con lo zio Amelio ebbero inizio già all’inizio degli anni ’90. Screzi, litigi di vari tipo, sfociati poi in almeno tre episodi di aggressione e una minaccia di morte perpetrati dal nipote. Al punto che la vittima aveva paura di rimanere da sola con quello che, nel giro di breve tempo, sarebbe diventato il suo carnefice. Agli stessi inquirenti che lo interrogarono all’indomani del ritrovamento del corpo dell’uomo, schiacciato sotto i cingoli del trattore con cui stava lavorando in un campo, Maurizio Fagnoni non negò il suo rancore, covato per anni, nei confronti dello zio Amelio. Nonostante ciò, il pm che cercò di fare luce sulle dinamiche del fatto, archiviò il caso come ‘incidente’, e la coltre del silenzio calò su quella morte per ben sette anni. Ma col trascorrere del tempo, il seme del dubbio cominciò a insinuarsi nella mente degli investigatori. Troppi elementi non tornavano. Troppe incongruenze sulla dinamica dell’incidente, che, lentamente, strinsero il cerchio delle ipotesi intorno a quel nome che, con sempre maggior insistenza, veniva indicato come l’autore del terribile delitto.

 

La macchia di sangue rinvenuta su un tubo del trattore, accanto al sedile di guida, mal si conciliava con la teoria della caduta accidentale e del conseguente schiacciamento. E poi la dentiera e il cappello della vittima, troppo lontane dal corpo per essere scivolate in terra a seguito dell’urto col suolo dell’anziano. Indizi, ipotesi, nulla più, mai sufficienti per riaprire il caso. Poi la svolta. Durante un prelievo del sangue all’ospedale Misericordia, nel marzo 2006, Maurizio Fagnoni confessò di aver ucciso lo zio nel dicembre 1998. Arrestato, raccontò agli investigatori di aver colpito il parente alla testa, e di averlo finito travolgendolo con i cingoli del trattore. Il movente, un rancore profondo, covato per anni, al punto da indentificare lo zio "prima con Dio e poi con il maligno".










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