Firenze, 19 dicembre 2017 -  Enrico IV da Pirandello: è stata riproposta alla Pergola la vicenda di un nobile dei primi del Novecento, che da vent’anni vive chiuso in casa vestendo i panni dell’imperatore Enrico IV di Germania (vissuto nell’XI secolo), prima per vera pazzia, poi per simulazione e infine per drammatica costrizione. Questa ultima versione sul dramma dell'identità, di realtà e finzione, sull' inconsistenza dall'oggettivita' umana è andata in scena alla Pergola per la regia di Carlo Cecchi anche protagonista. L'operazione cecchiana è stata, oltre all'interpretazione, ridurre i tre atti scritti da Pirandello e blobbarli in un'ora nella quale l'attore e regista ha tagliato via passaggi fondamentali scritti dal premio Nobel per la Letteratura nel 1934. Tagli a dir poco discutibili e privi di una vera se pur modesta -vista da umile spettatore e non da depositario del verbo del teatro quale Cecchi si deve sentire- logica.

E a niente alla fine è valsa sulla scena l'amarezza di questa tragedia meravigliosa che porta a un risultato di bellezza, a una catarsi vera e propria dello spettatore col testo. Forse in Enrico IV, più che in altre tragedie, il pirandellismo -che in questa versione grazie all' operazione Cecchi è quasi stato annullato - vince i suoi schemi e attinge a una tensione interiore davvero universale. Non a caso, infatti, Pirandello non svela mai il vero nome del personaggio di Enrico IV, che finisce vittima dell’impossibilità di adeguarsi a una realtà che non gli si confà più, stritolato nel modo di intendere la vita di chi gli sta intorno. Detto questo mi chiedo perché Carlo Cecchi non si sia messo a scrivere lui qualcosa sull'identità. Senza cercare di distruggere l'opera di un premio Nobel come Pirandello.