Firenze, 18 marzo 2017 -«Ho resistito agli austriaci, che mi farò ammazzar da un bischero di Pontassieve? Che hai inteso?». La sciabolata fiorentina da game set match, nel più crudo e graffiante affresco dei pranzi natalizi di provincia – quel «Benvenuti in casa Gori» targato 1990 – arriva da Annibale, reduce di guerra in seggiola a rotelle che borbotta contro il genero ‘colpevole’ di avergli lasciato il frigorifero aperto dietro la schiena. Lui è Novello Novelli (Novellantonio all’anagrafe, una tinta naif in più), mentre il potenziale ‘killer domestico’ è l’indimenticato Carlo Monni, capofamiglia iracondo dei Gori. Scorza comica e cattiva allo stato puro, insomma. Per chi ama il genere, certi frammenti di celluloide sono un’Ave Maria laica da recitare a memoria con gli amici cinefili. Per questo, ed altro, non possiamo non esser grati a Novelli icona defilata di un certo nostro cinema – realista e insieme surreale – che prosperò negli ultimi vent’anni del novecento. Oggi Novello ha 87 anni.

E’ nato nel 1930 tra Firenze e Siena, a Poggibonsi, pancia toscana pura. E da quelle terre non poteva far altro che ereditare un carattere tosto e spiccio, che mischia l’arguzia rurale al disincanto cittadino. Broncio sornione, un volto scavato eternamente demodè, e quella voce roca figlia di una toscanità antica, impastata di sigari, caffè e vino rosso. Uno sguardo monolitico, quello di Novello, appoggiato su due occhiaie rosse e melanconiche custodi, insieme, di sberleffo e saggezza. Uno Charlot con la c aspirata, rassegnato e tagliente, navigato nei teatri di mezza Italia, con caratteristi del calibro di Pippo Santnastaso, prima del grande abbraccio con Francesco Nuti.

È ARRIVATO davanti alla macchina da presa a 50 anni dopo aver masticato mezza vita, un diploma da geometra, palcoscenici polverosi, piccole ascese e risalite di provincia. Questa è stata la sua grandezza. Attore trasversale, figlio di un tempo che in fondo tempo non è mai stato. Perché la sua comicità – iperbolica, surreale, forse sempre involontaria – diventa, paradossalmente, cemento armato nelle maschere di periferia della Toscana naif degli anni’80. In un tempo in cui tutto corre al contrario. E mentre il rampantismo di un decennio allegro fatto di vetrine scintillanti, gonne e orecchini, raccontano una Firenze spavalda che corre veloce, Novelli si rintana nelle sale da biliardo fumose di ‘Io, Chiara e lo Scuro’ o nei tinelli di Paperino, borgata pratese, dove il Nostro, in un frammento di cinema che è letteratura, racconta ai Giancattivi Athina Cenci e Alessandro Benvenuti – ciondolando la testa con pause geniali – di aver lavorato quarant’anni alla Sip. Ricordate? «Ci son stato bene? Ci son stato male? Ci son stato, e basta. M’hanno mai detto nulla loro a me? Io gli ho mai detto nulla a loro? Zitto come una mosca. Quarant’anni di silenzi...».

NOVELLI, spalla di una Francesco Nuti in stato di grazia, corre parallelo ai tempi sgargianti del boom muovendosi in piccoli mondi antichi. Nel baretto dove a chiusura spazza la segatura duettando con Francesco (Chi tace acconsente, o chi tace sta zitto?), nella taverna montanara di ‘Tutta colpa del Paradiso’ («Alle volte passa lei, alle volte passa lui. Alle volte un passa proprio nessuno. In un ci sto mica bene in questo paese»). Negli Ottanta dilagano le pose della nuova commedia all’italiana e intanto Novelli, con la cucina che affaccia sulla Sieve, si fa stirare la bandiera con la falce e il martello per avviarsi alla festa dell’Unità. Ogni tanto lo si vede ancora con qualche microfono in mano, spunta dalla sua Poggibonsi o in qualche spezzone di film che, disse qualche tempo fa, «solo qualche volta riguardo». D’altronde il tempo è passato. Novelli resta però storia di microcosmi sarcastici e grotteschi più vicini certo al mood malinconico di Amici Miei, con le zingarate monicelliane che esorcizzano la vecchiaia e perfino la morte, che alla Firenze più scanzonata e positiva di Pieraccioni. E’ a metà strada certo, ma resta comunque altra cosa. Il paradigma stesso di una Toscana di panna e coltello, felliniana e ruvida. Forse ce n’è ancora qualche traccia in certi bar di campagna urbana. Quando si fuma l’ultima sigaretta e poi si tira giù il bandone.