Firenze, 18 gennaio 2018 - Il Capitano di cavalleria Adolf viene a scontrarsi con la moglie Laura sull’educazione da impartire alla figlia Berta. La consorte non esita a instillare nell’animo dell’uomo un dubbio atroce: la sua stessa paternità. Il lungo calvario mentale di Adolf lo sprofonda in un’angoscia devastante, fino a farlo precipitare, prosegue Lavia, «nell’abisso della perdita di ogni ‘certezza ontologica’ dello statuto virile della paternità».

Una partita inesorabile di dare e avere, dove ogni segno sposta la bilancia di una macchinosa contabilità. Ancora un debutto per Gabriele Lavia dopo aver aperto la stagione con uno spettacolo dedicato a Prevert. Questa volta, e sempre prodotto dalla Fondazione Teatro della Toscana, Lavia si confronta con un testo altre volte da lui stesso già rappresentato, «Il padre» di Strindberg.

In scena con Lavia stesso, anche regista, gli attori Federica Di Martino, Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Anna Chiara Colombo, Ghennadi Gidari e Luca Pedron. « Il padre» è una tragedia che si consuma tra le mura domestiche di una famiglia: dove il rapporto tra due o più persone non viene rispettato se non apparentemente, in quanto tutto il dramma altro non è che una rappresentazione dell’interiorità tormentata dell’autore. E soprattutto del suo irrisolto conflitto con quella che una facile psicoanalisi potrebbe definire banalmente come il proprio io al femminile.

Uno spettacolo che dovrebbe essere la cruda analisi di se stesso, cioè di Strindberg, ma che alla fine risulta pietosa proprio perché creduta rivolta verso l’esterno, tra individui diversi, che però fanno capo ad una sola persona: la psiche angosciata dell’autore stesso. Insomma: a parte il poco ritmo dello spettacolo pur molto elegante giocato tra viscontiani drappeggi rossi di velluto in cielo in terra e in ogni luogo, Lavia si è visto in netto contrasto di toni con il resto dei colleghi attori, fatti salvo il ruolo credibile e ben fatto della figlia e della tatina.

Nel ruolo della moglie, la freddezza ieratica di Federica Di Martino risulta forzata, così come, invece dà buona prova di sè, invece, Giusi Merli. E poi Lavia: che dire di un grande maestro del teatro italiano che a volte sembra divagare pur nel suo rodato ruolo rendendolo meno convincente? Uno spettacolo – forse sarà che era la prima rappresentazione – che in questo momento manca un po’ di ritmo il che toglie, se non in rari momenti, quell’apprensione, la tensione e quello spasmo che Strindberg descrive così bene. E poi, tutto si sa, gira intorno al dubbio di un padre sulla paternità vera o presunta. Ora: se si ripropone un testo così oggi, nel 2018, quando basta un semplice Dna e mezz’ora per sapere la verità, allora i classici a teatro debbono essere più credibili del credibile testo scritto. Debbono essere convincenti e al di là del tempo per tenerci incollati alla poltrona e regalandoci quella esatta dimensione descritta dall’autore. Facendocela vivere da vicino la sua realtà. Cosa che per ora non è accaduta. Applausi al finale.