Firenze, 19 marzo 2017 - «RACCONTO la mia vita che non è stata facile, non crederai che Vittorio Gassman fosse un uomo di casa, vero? Lo diceva ironicamente ma era il suo pensiero rivolto a me era: il bambino? Non ha una conversazione importante, meglio che stia fuori col cane a giocare a palla. Rideva, ma era consapevole di quello che diceva. Poi c’è stato il rapporto tra lui e mia madre, non semplice perché mi vedeva come un rivale e si metteva al mio livello. Erano lotte e risse continue, con una distanza impari: quando avevo 6 anni, lui 50: un match impari».

Racconterà se stesso con coraggio e dopo anni di ripensamenti attraverso Mumble mumble... – Ovvero confessioni di un orfano d’arte, Emanuele Salce. Sarà al Saloncino del Teatro della Pergola martedì 21 e mercoledì 22 marzo, ore 18.15, cercando di conciliare la verità assoluta delle pagine di Dostoevskij, ai momenti grotteschi della sua vita, compresi i funerali dei suoi padri, Luciano Salce, quello naturale, e Vittorio Gassman, padre adottivo. In scena anche personaggi singolari, presenzialisti e volti bizzarri. A fare da contraltare, l’ironico e discreto personaggio-spettatore Paolo Giommarelli, complice e provocatore di una confessione che narra di artisti conosciutissimi, e in qualche modo irrisolti. E allo stesso tempo teneramente privati.

Due padri come, Emanuele?

«Due padri-si-fa-per dire: ricordo gli scazzi quotidiani e sinceramentne era un incubo. Per mia madre Diletta e per me, figlio unico finché non ha avuto Jacopo. E c’era Paola, stava già con Ugo Pagliai. Alessandro è stato con noi solo quattro anni. Ero l’unico non figlio di Vittorio Gassman che viveva con lui. Diciamo che l’ho pagata».

Uno spettacolo che è un po’ tentativo di liberazione e un po’ catarsi?

«Sì è così: tra realtà e fantasia, documentazione e finzione. Siamo nel camerino di un teatro parrocchiale di una sperduta provincia italiana, e io, doppio figlio d’arte , anzi, orfano d’arte, mi racconto al pubblico, vero e immaginario, facendo i conti con i miei padri e con la loro e mia professione».

Emanuele, il più schiacciato dei non figli?

«Sì, dalla presenza di un Vittorio che era già Gassman da quando aveva vent’anni, un imperatore, un re, un assoluto. Gli altri figli però non stavano meglio, perché erano schiacciati dall’assenza. Di Vittorio non ho un buon ricordo per un quarto di secolo. Invece, quando ha iniziato ad ammalarsi, ad andare in depressione, gli sono stato vicino sette anni. E alla fine lui voleva stare solo con me».

Momenti di tenerezza?

«Ricordo bene un giorno che è venuto a chiedermi scusa perché all’improvviso prendeva atto che era umano anche lui e doveva morire come tutti. A un certo punto si è guardato indietro e ha visto la follia della sua vita. Era come se di colpo avesse avuto la consapevolezza di tutto».

In che senso?

«Arrivò questo momento, in cui si disse e fu dura da ammettere: anche io ho la prostata, come il mio commercialista. In quel momento si rese conto che essere Gassman non sarebbe bastato per essere esente dal ticket della vita, che sarebbe morto anche lui. Per questo credo che abbia pagato un prezzo enorme alla sua carriera straordinaria».

E suo padre Luciano?

«Mumble Mumble... è un infuriare di ricordi surreali, grotteschi, ironici; un intreccio inestricabile di cultura e provocazione. E c’entra, eccome mio padre. Con lui non ho avuto un vero rapporto, ero troppo giovane. E non ho avuto neanche un rapporto adulto: perché era mediato da una specie di muro di fragilità. Tra noi c’era una vera incapacità di comunicare non sapevamo come dire che ci volevamo bene e ci eravamo simpatici: e io ero il suo unico figlio».

Mai una volta da soli?

«Ma sì, dai. Mi ricordo una crociera tristissima, in mezzo al mare che ci guardavamo e non sapevamo cosa dirci. Alla fine aveva provato a capire e a interessarsi a me, ma forse era tardi, il 1982 e guardavo questa cosa con sospetto».

E poi?

«Poi ebbe un ictus nell’83, si reclinò su se stesso e si ammalò anche di tumore. Non abbiamo fatto in tempo a dirci che ci volevamo bene. La vita è un po’ così».

Quando veniva a prenderla a casa?

«Salce e Gassmann erano amici dasempre, compagni d’accademia. Hanno evitato di diventare nemici ma non sono rimasti amici. C’era rispetto come tra due pari peso campioni del mondo. Quando mio padre mi prelevava a casa incrociava Vittorio con sapiente distanza. Mia madre non l’ho mai giudicata: chi non sarebbe stato succube con il campione del mondo in carica?»