Firenze, 15 gennaio 2018 - Incontro con l'autore nei giorni scorsi nella Sala Oriana Fallaci di Palazzo Medici Riccardi a Firenze: al centro Fabrizio Dall'Aglio, la sua poesia e 'Le allegre carte' edite da Valigie Rosse. “Le allegre carte - scrive Paolo Maccari nella prefazione - è anche un libro di alta malinconia: di stagioni che trascolorano e di attimi di cui si coglie il segno e non il senso, di amicizie tenaci e di interrogazioni intorno al destino proprio e delle proprie maschere, esistenziali e poetiche”. Fabrizio Dall’Aglio è nato a Reggio Emilia nel 1955. Lavora fra Reggio Emilia e Firenze, impegnato in attività di carattere editoriale e librario. Ha pubblicato, nel campo della poesia: "Quaderno per Caterina" (edizione di 75 esemplari numerati, con un’acquaforte di Arnoldo Ciarrocchi, Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1984); La strage e altre poesie 1975-1982 (postfazione di Valerio Nardoni; Catania, Il Girasole, 2004 – premio Città di Penne); Versi del fronte immaginario (edizione di 150 esemplari numerati, con un’acquaforte di Franco Rognoni, Reggio Emilia, Libreria Antiquaria Prandi, 1987); L’idolo sorridente (edizione di 75 esemplari numerati, con sei incisioni di Gianni Stefanon, Reggio Emilia, Mavida, 2004); Hic et nunc. Poesie 1985-1998 (prefazione di Mario Luzi, Firenze, Passigli, 1999 – premio Montale e premio Il Ceppo-Proposte). L’altra luna. Poesie 2000-2006 (presentazione di Mario Specchio, Firenze, Passigli, 2006 – premio Camposampiero); Colori e altri colori (con uno scritto di Paolo Lagazzi, Firenze, Passigli, 2015 – premio Camaiore e premio Roberto Farina). Tra gli intervenuti a presentare l'opera di Dall'Aglio nella sede della Città metropolitana di Firenze: Roberto R. Corsi, Paola Lucarini e Paolo Maccari. In Sala Fallaci si è svolto anche un incontro con Massimo Misiti, autore de 'Il castello e altri racconti brevi'

“Le allegre carte” di Fabrizio Dall'Aglio sono come un prisma. Se la luce della lettura scava nella comprensione dei testi vede uscire in raggi le passioni stilistiche e creative dell'autore: la poesia (in diversi filoni), l'aforisma, il racconto breve. Questo libro è l'ultimo di Dall'Aglio ma la sua gestazione si compie tra il 1984 e il 1995. E' dunque, coevo, nella composizione occasionale e poi cesellata nella forma attuale, alla raccolta di poesie 'Hic et Nunc (1985-1998)' e precede 'L’altra luna. Poesie 2000-2006' e 'Colori e altri colori' (del 2015 e vincitrice del Premio letterario Camaiore).
Nelle sue poesie Dall'Aglio ritrae la linea di confine che separa e unisce al tempo stesso le stagioni della vita. In 'Hic et nunc' (1985-1998) e 'L'altra luna' (2000-2006), tutti editi da Passigli, si coglieva una bella padronanza degli strumenti espressivi del linguaggio poetico, sul quale si soffermavano nelle presentazioni due maestri di lungo corso quali Oreste Macrì e Mario Specchio. “La musica inespressa delle cose... nel margine della vita dileguata/ ... finalmente mi sopravviveva”: da questo punto di consapevolezza, registrato tanto nella prima che nella seconda raccolta di poesie, si guardava alla storia più larga di sé, che rinnovava un bisogno di consolazione e di sguardo sul mondo. In 'Colori e altri colori' Paolo Lagazzi riscontrava “un gesto di pura resa”, “un inchino alle cose”, “un franare della coscienza nel polverio del tempo”. Maccari ha parlato di “poesia come atto di resistenza”
La prima lirica de 'Le allegre carte' (ed. Valigie Rosse) individua la linea di fondo della ricerca di Dall'Aglio, che fa da filigrana al suo scrivere: “La vita gioca a sponde/ e ora rimbalza/ da un punto all’altro/ di questa mia stanza./ Ascolto la mia voce/ che mi parla/ e un’altra voce dentro/ che risponde./ Benvenuto, poeta/ il giorno è chiuso/ c’è solo la tua luce/ alla finestra/ e filtra, filtra/ tutto il respiro buio/ del mondo fuori/ e dentro alla tua testa”.
Nei primi quattro versi c'è la presa d'atto della vita come qualcosa a cui si partecipa e che non si possiede, anche quando ci si chiude a fare il riassunto di se stessi tra le pareti della propria stanza.
Nei successivi quattro versi si eplicita il fatto che siamo il concentrato di tre generazioni: dentro di noi parlano tre voci (il bambino, l'adulto, l'anziano per chi ci arriva).
Infine negli altri otto versi c'è la contemplazione della finestra e della luce che arriva. L'uomo arriva alla finestra. Cosa c'è oltre le tende e i vetri, lo può sperare, la luce lo lascia intuire e Dall'Aglio tanto nella racconto 'Morte di Alfonso' (la finestra che si aprì) e in 'Per il giorno della mia morte' offre un pensiero disteso e mite sul tema. “L’immobile cristallo delle ore/ si stinge sotto un cielo di gramaglie./ Disperdo le mie ceneri, Signore,/ al vento che respira fra le foglie./ È un soffio già maturo questa morte,/ più languida di un sogno accarezzato./ È il caso a cui depongo la mia sorte/ di timido frammento del creato”. 'Le allegre carte' sono dunque un gioco apparente e al tempo stesso portano con sé la leggerezza “esperienziata” (purtroppo non esiste un equivalente italiano dell'inglese experienced) di chi cambia identità e scrive acrostici e rime con il nome di 'Isidoro Cordeviola' per intavolare un confronto in versi con un altro autore ben dissimulato. Aforismi, poesie, racconti. Fermiamoci sui primi: “Si esibiva in affollati luoghi comuni”, “No, Guerra e pace non l'avevo mai letto, ma lo sto rileggendo proprio in questi giorni”, “Impara l'arte e mettiti da parte” e “Persino da vivo lasciava un vuoto incolmabile nella cultura contemporanea”. Sono presi di mira, con la puntura dell'ironia, scrittori e saccenti, come anche i giornalisti (“Da vate a consigliere correttore, effimero guardiano della bozza”, “L'apoteosi dell'informazione sta in un cervello a caleidoscopio. L'arte della notizia mira all'oblio”) e il costume, tra solitudine (“Si sposarono per non vivere insieme, ma per separarsi dagli altri) e speranza (“Il sonno dei mostri genera la ragione”). Con una chiusura che fa sorridere di cuore: “Amico mio, è tardi, e non ho fretta”.