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Santa Croce, una luce ultravioletta fa rivivere il 'vero' Giotto

Una nuova tecnologia permette di riscoprire quel che da secoli non si può più vedere ad occhio nudo. E il risultato è straordinario

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L' Ascensione di San Giovanni, Il Giotto
L' Ascensione di San Giovanni, Il Giotto

Firenze,  9 marzo 2010 - Il Giotto che non c’è più torna miracolosamente in luce. Gli sguardi, i panneggi, le monumentali volumetrie delle figure e gli scorsi naturalistici. E ancora il colore, accesso e cangiante, fino a quella conquista della tridimensionalità impensabile prima di lui.


Dalle nuove e strabilianti rivelazioni che la tecnologia ha regalato all’interno della Cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze, si capisce ancora meglio perché Giotto sia stato quello che «rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno», come scriveva Cennino Cennini intorno al 1390, definizione poi ripresa dal Vasari nelle sue Vite.


Grazie a speciali filtri applicati su luce ultravioletta — nel mondo esistono pochissimi esemplari di questi sofisticatissimi filtri — è possibile rivedere a distanza di secoli quello che ad occhio nudo non è più leggibile. Un risultato che è stato raggiunto in virtù della collaborazione tra l’Opera di Santa Croce, l’Opificio delle Pietre Dure e la Getty Foundation di Los Angeles. Dal 2007 si indaga sulle pitture murali di Giotto nelle cappelle adiacenti l’altare maggiore, la Bardi e la Peruzzi. Ed è specialmente nella Peruzzi che il sistema diagnostico a ultravioletti ha compiuto la magia: là dove oggi le storie di San Giovanni Battista (parete di sinistra) e di San Giovanni Evangelista (parete di destra) mostrano una pittura impallidita e spenta, le lampade Uv svelano la grandiosità delle composizioni di Giotto, recuperando la monumentalità delle architetture, i preziosi scenari e la gravità delle figure, caratterizzate da solida semplicità e classicità dei gesti.
 

Ai ricercatori e restauratori sono apparsi nel buio la straordinaria costruzione dei volumi, i ricchi panneggi e i decori sontuosi delle vesti, preziosi particolari delle architetture, gli oggetti cerimoniali e decorativi. I volti sono tornati leggibili, le posture segnate da sorprendente naturalismo.


Le ritrovate meraviglie giottesche sono state presentate da Stefania Fuscagni, presidente dell’Opera di Santa Croce; Isabella Lapi Ballerini, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure; Cristina Acidini, soprintendente per il patrimonio storico artistico etnoantropologico e per il polo museale della città di Firenze; Cecilia Frosinini, direttrice del settore di restauro pitture murali dell’opificio delle pietre dure.
 

Da sempre le fonti storiche definiscono la Cappella Peruzzi come il caposaldo della pittura di Giotto a Firenze. Si sa che Michelangelo aveva copiato alcune figure delle Storie di San Giovanni Evangelista e che Masaccio vi aveva tratto ispirazione per la sua Cappella Brancacci. Ma le condizioni del ciclo pittorico, dopo la copertura del ’700, non consentivano più di godere quello che il maestro aveva immaginato e realizzato. Ciò per colpa della tecnica a secco che Giotto aveva utilizzato per l’intera Cappella Peruzzi — mentre nella Bardi lavora prevalentemente a fresco —, e che col tempo si era sciupata. Ma per assurdo è proprio grazie a questo limite che oggi si può recuperare gran parte di profondità, volumi, chiaroscuri e cromie originali. I raggi ultravioletti catturando la materia organica (i leganti con cui si componevano i colori: tempera a uovo, caseina o olio) ricompongono nello spazio immateriale della luce i molti e sorprendenti particolari pittorici e compositivi.


Si è pensato a lungo che Giotto avesse dipinto nella Peruzzi a secco perché essendo impegnato in altri cantieri, probabilmente anche fuori Firenze, poteva così diluire il tempo necessario alla realizzazione del ciclo pittorico. Ma adesso si ipotizza invece che la sua sia stata una vera e propria scelta artistica, per ottenere effetti pittorici più simili a quelli della pittura su tavola. Giotto vuole riprodurre le luminescenze della seta, differenziare il brillare degli ori da quello degli argenti, creare effetti di slontanamento in alcuni inusitati paesaggi aperti. Questo accanto al progredire delle sue caratteristiche istanze volumetriche e chiaroscurali, ancor più evidenti e studiate rispetto a quelle della Cappella degli Scrovegni a Padova. Attraverso il chiaroscuro, che torna evidente grazie alle indagini in Uv, si riscoprono i volumi importanti e imponenti che conferiscono alle figure una presenza realistica e una presa di possesso dello spazio quasi tridimensionale.


La pittura a secco è per Giotto, presumibilmente in questo caso, dunque, ricerca e sperimentazione: i volumi, la luce, il naturalismo che egli intendeva ricreare nella pittura murale sono impossibili nell’affresco, poiché il colore viene inglobato nell’intonaco dal processo di carbonatazione.


Dalle attuali indagini affiorano in particolare le bellissime raffigurazioni dei lunettoni: lo scultoreo Cristo apocalittico mietitore; il panneggio del San Giovanni Evangelista a Patmos, quasi enfiato dal vento dello Spirito Santo; la splendida Donna col Bambino in culla avvolto in panni, forse anticipatorio della celeberrima immagine degli Innocenti di Luca della Robbia.
 

La squadra che sta lavorando alle pitture murali di Giotto è composta da 34 persone, tra storici dell’arte, restauratori e ricercatori e le operazioni diagnostiche dureranno ancora per due anni e mezzo per ambedue le cappelle, Peruzzi e Bardi, ma sulla seconda non si potrà ripetere questa sorprendente esperienza poiché le pitture sono state realizzate a fresco.


Patrimonio fondamentale per gli studi e la maggiore comprensione dell’arte del maestro, l’attuale campagna di indagini potrebbe portare addirittura ad una revisione delle cronologie nell’opera complessiva di Giotto e potrà essere fruibile agli studiosi e al pubblico mondiale soltanto dopo una esaustiva campagna fotografica e video messa a disposizione in forma virtuale. Si ipotizza, infatti, che la Cappella Peruzzi possa essere stata realizzata intorno al 1310 ( e non più intorno al 1318).


Poiché non era prevedibile un
risultato così importante, nell’attuale campagna diagnostica non vi sono, al momento, i fondi necessari, valutabili in circa 200.000 euro, per la realizzazione dei materiali scientifici e divulgativi al momento celati all’occhio umano. Trattandosi di un maestro universale come Giotto, si auspica il sostegno di Istituzioni pubbliche o private mondiali e, dunque, la possibilità di continuare la campagna fotografica e diagnostica in Uv al fine di renderla patrimonio di tutti.

di Olga Mugnaini


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