Firenze, 13 febbraio 2018 - Ventiquattr'ore circa. Tanto è durata la privazione della libertà dei sette peruviani protagonisti della «rissa a colazione» di domenica mattina in via Benedetto Marcello, dove due poliziotti, nel tentativo di riportare la calma mentre gli animi erano arroventati, sono rimasti contusi.

All’udienza di ieri, infatti, il giudice Serafina Cannatà ha sì convalidato l’arresto, effettuato dai poliziotti delle volanti della questura, ma non ha ritenuto sussistere i requisiti per l’emissione delle misure di custodia cautelare. Tutti liberi, dunque, per la felicità delle famiglie in attesa dell’esito dell’udienza fuori dall’aula (una moglie ha accusato anche un malore ed è stato necessario l’intervento del 118) e per la soddisfazione dei legali, Alessia Rurio, Elisa Baldocci e Andrea Ricci.

Tutti liberi nonostante le richieste del pubblico ministerio, Sandro Cutrignelli, che aveva chiesto il carcere per uno, i domiciliari per quattro, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per altri due. Invece no. «Pur sussistendo gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati a loro contestati - ha scritto il giudice nella sua ordinanza - l’applicazione di una misura cautelare personale presuppone la verifica da parte del giudice dell’esistenza delle esigenze cautelari previste dall’articolo 274 c.p.p.: esigenze che, a parere di questo giudice, non ricorrono nel caso di specie».

Le esigenze previste dalla legge sono tre. La prima: l’inquinamento probatorio ma, secondo il giudice, «non ricorre il pericolo» in quanto i fatti sarebbero già stati cristallizzati negli atti redatti dai poliziotti e in alcune dichiarazioni dei presenti e degli imputati. Il pericolo di fuga? «Non vi è – argomenta ancora il giudice – in quanto tutti risultano residenti, in maniera stabile sul territorio italiano e tutti hanno una famiglia con cui convivono». Infine, il pericolo di reiterazione del reato: «trattasi di soggetti incensurati - ad eccezione di uno che ha un precedente del 2016 per detenzione di sostanza stupefacente e un altro con precedenti di polizia relativi ai reati di evasione e maltrattamenti in famiglia – e non vi sono altri elementi dai quali poter desumere un pericolo concreto che gli imputati possano commettere reati della stessa specie di quelli per cui si sta procedendo».

Interpretazione sicuramente impeccabile, ma la legge (anche) in questo caso cozza con il sentimento comune. L’episodio è accaduto nel rione di San Jacopino (ma non in piazza, come ci fa notare il gestore del bar Sara, tra i più attivi nella quotidiana battaglia per il viver bene nel quartiere), zona che spesso si trova a fare i conti con degrado e insicurezza: sono stati propri i residenti, come ricorda una nota del comitato cittadini attivi, presieduto da Simone Gianfaldoni, a chiedere aiuto alla polizia. I peruviani, probabilmente su di giri, avevano infatti iniziato a picchiarsi tra di sé, spaccando pure specchietti e finestrini delle macchine in sosta. Alla vista delle tre auto del 113, la rissa è addirittura generata, con uno dei rissaioli che ha tentato pure di sfilare lo sfollagente ad uno dei poliziotti intervenuti. I sette peruviani, che benché liberi restano sotto processo per rissa e resistenza, dovranno tornare davanti al giudice il 10 aprile.